«SIAMO SOLO NOI - Vasco Rossi» la recensione di Rockol

Vasco Rossi - SIAMO SOLO NOI - la recensione

Recensione del 05 lug 2018

La recensione

di Ivano Rebustini

Durante l’estate, riscopriamo album classici della musica italiana, con recensioni dall’archivio di Rockol. 

Peccato che nel passaggio dal vinile al CD, per scrutabilissimi motivi di riconoscibilità-commerciabilità, l’inquietante Vasco Rossi in bianco e nero della copertina originale 1981 - un po’ lupo mannaro americano a Londra, un po’ Jack Nicholson in “Shining” - abbia lasciato il posto al più tranquillizzante “rocker emiliano” a colori, occhiali scuri e spelacchiata d’ordinanza della ristampa di tre anni dopo. Un vero e proprio marchio di fabbrica, anche se gli occhiali si rinnovano e le chiome si diradano. Ma quale artista maledetto… l’immagine di Vasco e - con buona pace dei fans più convinti - la musica di Vasco oggi (da un pezzo, per la verità) devono essere innanzitutto rassicuranti. Del resto, se la suocera del vostro cicerone nel museo dei classici italiani è stata scoperta a cantare “Vita spericolata” mentre spolverava in soggiorno, qualche motivo dovrà esserci.


Strano destino, quello del signor Rossi: OT (Off Topic, vale a dire fuori tema) nei newsgroup dove immarcescibili rockofili si sfidano a colpi di band tanto sconosciute quanto seminali, si rischia però il linciaggio rivelando al tuttora foltissimo seguito del cinquantenne di Zocca che la sua è ormai una sorta di Campbell’s Condensed Soup, un minestrone in scatola di suoni e parole in cui i “buoni sapori di una volta” sono frutto del sapiente dosaggio dei più subdoli prodotti chimici di sintesi.
Ma non è, o non è del tutto il caso di “Siamo solo noi”: al Vasco-non-ancora-Blasco - sarebbe arrivato con la sua “combricola” sei anni più tardi, a situazione già largamente compromessa - si deve riconoscere una certa sporcizia rock nelle sonorità, grazie soprattutto alla chitarra in liberta di Maurizio Solieri (ma avrà versato la sua parte a Brian May?), negli intenti e nelle argomentazioni. Anche se qui resterebbe da approfondire dove finisca Vasco Rossi e dove cominci Guido Elmi, il produttore putativo al quale in questo ventennio è capitato di dover fare gli straordinari, da suonare le percussioni a lavare i panni sporchi in pubblico.
Sugli scudi universali la title track, trascinante e scorrettissimo inno degli ex Ragazzi del ’77 reduci da quattro anni di (dis)illusioni, vale più la pena di soffermarsi su un brano che potrebbe essere tranquillamente ispirato dai fatti di nera degli ultimi mesi. Forse ricordando le traversie di “Colpa d’Alfredo”, incappata nella censura radiofonica per la sconfortante ammissione “è andata a casa con il negro la troia”, la Targa – all’epoca casa discografica di Rossi – impose che la canzone s’intitolasse in maniera un po’ sibillina “Ieri ho sg. mio figlio”, pur se il testo era fin troppo esplicito: “Ieri ho sgozzato mio figlio, è stato uno sbaglio, credevo fosse un coniglio, giuro, credevo fosse un coniglio”. Agghiacciante anche a ventun anni di distanza, o forse proprio per questo.
Altro brano molto noto, ma non altrettanto memorabile, è “Voglio andare al mare”, atipico motivetto estivo legato a un episodio singolare e frustrante della carriera di Vasco. Il pezzo fu inserito al posto di "Siamo solo noi" nei juke-box, però sul tagliando rimase l’altro titolo; chi sceglieva la canzone ascoltava quella sbagliata, e la variazione, non comunicata in tempo al patron Vittorio Salvetti, costò a Rossi l'esclusione dal Festivalbar. Poco male, perché due anni dopo l’avrebbe vinto con “Bollicine”, facendo il bis nel ’98 e il tris nel 2001.
E, questo, volenti o nolenti, è il Vasco Rossi arrivato fino a noi. Anche se, per dirla con un altro emiliano, voglio però ricordarti com’eri: duro e puro, stralunato e in preda a costanti allucinazioni, nonostante ai giorni nostri preferisca svernare nello “Stupido hotel” dove quella “Brava” donna è riuscita a farti cadere, con la sua logica di calze nere.

TRACKLIST

02. Ieri ho sg. mio figlio
05. Brava
08. Valium
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