Recensioni / 11 set 2018

Decibel - VIVO DA RE - la recensione

VIVO DA RE
Bmg Ricordi (CD)

di Ivano Rebustini

Durante l’estate, riscopriamo album classici della musica italiana, con recensioni dall’archivio di Rockol. 

Il mare d’inverno è quello malinconico per eccellenza di Sanremo, Liguria, Riviera di ponente; il portiere di notte è andato in pensione, ma gli basta un calice di Ormeasco per ricordare quel ragazzo poco più che ventenne, occhialoni da sole con la montatura bianca strappati dal naso di Knox, il cantante dei Vibrators, e capelli gialli quando le chiome color pannocchia non erano ancora prerogativa di massa, dai grandoni della scuola materna ai calciatori di serie A.
Veramente i ragazzi non erano uno, ma cinque, però gli altri quattro il portiere di notte non riesce a metterli a fuoco; la bottiglia di Ormeasco è finita, ma non c’entra. La copertina di “Vivo da re” ne schiera quattro: trasformati da punkettari a rimorchio in boy band ante litteram dal pragmatismo del produttore Silvio Crippa, oltre a Enrico Ruggeri – gli occhialoni bianchi di Knox e i capelli gialli del parrucchiere Pierre – ci sono Silvio Capeccia, Mino Riboni e Fulvio Muzio (rispettivamente tastiere, basso e chitarra). Il quinto è Sergio Nicosia, ma di lui solo una fotina sul retro, anche perché nel disco a suonare la batteria era stato Walter Calloni, futuro alter ego di Franz Di Cioccio nella Pfm.
“Vivo da re”, pubblicato nel 1980 sulla scia del successo ottenuto a Sanremo da “Contessa” e prodotto dall’ex leader dei Rokes Shel Shapiro (al piano in un paio di pezzi), è il secondo album dei Decibel dopo l’oggetto misterioso “Punk” e - come spesso succede - segna sì il tramonto della band (due anni dopo tornerà in trio, Capoccia-Muzio-Riboni, con il non memorabile “Novecento; oggi i primi due suonano trip hop con tre nuovi compagni di strada, informazioni nel sito http://www.decibelmusic.com), ma rappresenta anche l’alba del suo leader.
Vent’anni e passa di carriera solista tra altissimi, alti e qualche fisiologico basso, dal primo, abbozzato tentativo di “Champagne molotov” al doppio live “La vie en Rouge”, seguito dall’ennesimo ritorno in Riviera con la bregoviciana “Primavera a Sarajevo”: la storia musicale di Enrico Ruggeri è sotto gli occhi di tutti e nelle orecchie e nei cuori di molti, ma qui si vuole soltanto rendere omaggio a un’operina ingenua e dai molti limiti, nella quale però si apre più di uno squarcio sul genio che verrà.
Fra i dodici-brani-dodici spicca non tanto “Contessa” - l’exploit sanremese composto da Muzio che la leggenda vuole dedicato a Renato Zero, acidità gastrica insieme a echi non troppo lontani degli Sparks di Ron e Russel Mael -, quanto “Vivo da re”, dall’andamento maestoso e trascinante dovuto alla mano di Capeccia, con un testo profetico che dev’essere più volte ronzato nella testa di Enrico: “Dischi e tournées, a casa quasi mai, e tu, non ti annoierai?”, oppure “Certo pensandoci bene qualcosa mi manca, qualcuno che sfiori la mia faccia bianca”, e ancora “Di rose e di noia devi essere stanca”.
Il resto sono echi di beat e Carosone, punkotto alla milanese e l’immancabile cover, una versione sculettante, ma dignitosa, della “Io ho in mente te” che l’Equipe 84 di Maurizio Vandelli aveva miracolosamente trasformato in gioioso inno sessantino traducendola dall’arcigna “You were on my mind” di Barry McGuire. E, pensandoci bene, proprio ai fasti del “bitt” italiano rimanda una delle foto del booklet, quella che mostra i cinque Decibel impellicciati come cinque “Contesse”, stretti a un’auto d’epoca: capaci di prendersi in giro come quasi più nessuno, in questi chiari di Lunapop.