«THE MUSIC - The Music» la recensione di Rockol

The Music - THE MUSIC - la recensione

Recensione del 21 set 2002

La recensione

Il mondo della musica è pieno di ladri più o meno consapevoli di esserlo. "Critici" musicali per primi, che sono forzati a trasformarsi in ladruncoli: saccheggiano tra i nomi ammassati nel proprio baule di informazioni e di emozioni, frugano per cercare di mettere a fuoco, di definire e spiegare quel nuovo motivo che stanno ascoltando. Lo stesso per i musicisti: soprattutto se giovani, possono ammettere oppure no di avere saccheggiato qua e là. D’altro canto il rock ‘n’ roll è un uomo maturo che tutti, ieri e oggi, si sono divertiti a dare per spacciato. Eppure a sessant’anni o più, giacché la sua età non è ben definibile, è ancora in buona salute e alla ricerca di un bravo chirurgo plastico che gli permetta di cambiare aspetto.
I The Music sono i figli più giovani di questo irriducibile signore. Da lui hanno preso tutto, rielaborando i suoi insegnamenti con la naiveté che solo gli adolescenti di una città inospitale come Leeds possono avere; con l’energia che solo i ragazzi provenienti da una modesta famiglia potevano trovare. La forza dei The Music è scrivere, suonare e interpretare la propria musica con convinzione. Capita allora che il loro album omonimo d’esordio arrivi al pubblico esattamente come succedeva ai tempi dei super gruppi degli anni ’70, tramite le radio e il passaparola dei ragazzi alternativi sparsi nelle periferie di tutta la Gran Bretagna. Quando “Take the long road and walk it” venne trasmessa da un DJ inglese, la redazione fu conquistata dalle telefonate di ragazzi che erano rimasti ammaliati da quella inquieta cavalcata di classico rock ‘n’ roll fatta di chitarre slide, gorgheggi nonsense che più o meno suonavano come “be-bob-bub-bub-be-bop” e distorsioni elettroniche. Non fosse per l’aspetto sgraziato, Robert Harvey, con i suoi boccoli biondi e i calzoni stretti in vita e larghi ai piedi, potrebbe spodestare ogni nuovo, aspirante Robert Plant. E non sembra di sbagliare se si riescono a immaginare i The Music venticinque anni fa. Però, anche se i The Music sono cresciuti con il rock ‘n’ roll vero, quasi fossero embrionali forme di vita collocate in qualche luogo sconosciuto tra i viaggi sonori sotto acido dei Grateful Dead e la spaziale psichedelia-progressive degli Hawkwind, il loro tempo è un altro. Ciò che più manca loro è la consapevolezza che ciò che è andato lo ha fatto perché era il suo momento, e che giocare con i cliché del dorato tempio del rock ‘n’ roll è bello, ma può anche essere molto delicato. Tra le lunghe esercitazioni di stile come “Disco” o “Too high” rischiano di perdere il filo, disorientati da strascichi di chitarra e batteria impenetrabili. Proprio come se, improvvisamente, si venisse risucchiati dal vortice di colori della copertina di “The Music”.

(Valeria Rusconi)
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