«FLOAT AWAY WITH THE FRIDAY NIGHT GODS - Marah» la recensione di Rockol

Marah - FLOAT AWAY WITH THE FRIDAY NIGHT GODS - la recensione

Recensione del 28 set 2002 a cura di Gianni Sibilla

La recensione

Sul loro sito (www.marah-usa.com), si auto proclamano “the last rock ‘n’ roll band”. Presunzione? Non proprio. I Marah da Philadelphia sono stati, per diverso tempo, una delle “next big thing” del rock americano. Scoperti da Steve Earle, che li ha messi sotto contratto per la sua etichetta, hanno ricevuto giudizi “pesanti” da alcuni dei più intransigenti critici americani. Greil Marcus –forse la più autorevole firma vivente statunitense- disse di loro che era da tempo che non sentiva qualcuno cantare e suonare in modo così convincente. Non aveva torto: si riferiva a “Kids in Philly” (2000), piccolo gioiello di rock ‘n’ roll tanto legato a Springsteen – quello più crudo dei primi due dischi - quanto alla furia punk-rock dei Replacements.
Però, mentre Springsteen torna alle sue origini con “The rising”, i Marah vanno da tutt’altra parte. Ascoltando le prime note di “Float away”, title track che apre il terzo disco della band, non si può non rimanere sorpresi. Dov’è finito il rock grezzo e diretto del disco precedente? Ha lasciato il posto a schitarrate elettriche e a ritmi campionati. Una volta che la sorpresa è svanita rimane il dubbio. Chi ascolta i Marah per la prima volta attraverso queste note finirà davvero per chiedersi perché tutte quelle parolone, tutta quell’attesa a proposito di un gruppo che sembra fare uno strano mix tra brit pop e rock, neanche troppo convincente. Il dubbio non si esaurisce neanche dopo ripetuti ascolti. Certo, qualche canzone qua e là viene azzeccata (su tutte la bella ballata “Crying on an airplane”). Ma è triste dire che si tratta proprio quelle in cui queste scelte di produzione sono meno evidenti.
La colpa di questo pasticcio è quindi forse allora da imputarsi a Owen Morris, produttore dell’album (già con Oasis, Verve). O forse ad una voglia di rinnovamento troppo incosciente, perché ha finito per snaturare un suono ed una identità.
A ben vedere anche la presenza di Springsteen è inutile. Il nume tutelare della band (di cui i Marah avevano proposto una bellissima versione country di “Streets of Philadelphia”, pubblicata su un retro di un singolo dell’album precedente) compare nella title track, ma la sua chitarra e la sua seconda voce è cosi sepolta nel caotico e ultramoderno mix del brano che la sua comparsata è più simbolica che altro, buona per far parlare un po’ i media, poco più. Insomma, una piccola grande delusione per una band dalla quale era lecito aspettarsi qualcosa di più, o perlomeno di diverso.

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