«FLEURS 3 - Franco Battiato» la recensione di Rockol

Franco Battiato - FLEURS 3 - la recensione

Recensione del 02 set 2002 a cura di Franco Zanetti

La recensione

Gli eccellenti esiti (anche commerciali, non solo artistici e di critica) di “FLEURs” hanno spinto o convinto Franco Battiato a ritornare sul luogo del delitto e a realizzare un secondo - e ultimo, ha già annunciato lui - album di cover. Definire “cover” le reinterpretazioni/riesecuzioni/riproposte del musicista siciliano è abbastanza riduttivo, ma insomma lo faccio per comodità di esposizione, e per farmi capire meglio; del resto, dei dodici brani inclusi in “Fleurs 3” solo due sono inediti e originali, il che fa indubbiamente del disco una raccolta di cover.
Ma questa connotazione è anche quella che mi consentirà, in questa sede, di tentare un piccolo discorso sull’evoluzione della forma/canzone in Italia negli anni Sessanta e Settanta: discorso che non assumerà un’ampiezza organica, ma che proverò a dipanare esaminando uno per uno i brani dell’album. Album che è dedicato a Fabrizio Intra, dirigente della Sony scomparso prematuramente alcuni mesi fa: una dedica sicuramente sincera, e che - conoscendo la discrezione dei sentimenti propria di Battiato - diventa una vera e propria dichiarazione di affetto e di rispetto per un discografico atipico, una dichiarazione che (per quel che conta) sottoscrivo pienamente anche a nome di Rockol.
Giusto per togliermi il pensiero, dirò prima e brevemente dei due brani inediti: “Beim Schlafengehen”, è un lied di Strauss su testo di Hermann Hesse, che Battiato canta insieme alla soprano Daniela Bruera: un esercizio di stile, in fondo, elegante e coerente con gli interessi extraleggeri del musicista, ma che poco aggiunge alla valenza complessiva del lavoro. Più interessante invece “Come un sigillo”, che Battiato canta a due voci con Alice, riproponendo un sodalizio già sperimentato in passato. La canzone è assai meno pop di “Chan-son egocentrique” e assai meno evocativa di “I treni di Tozeur”; il testo dagli accenti biblici di Manlio Sgalambro è più letterario che emozionante, a dispetto dell’impiego di parole quali “prepuzio” e “glande”; ma le due voci - quella di Battiato e quella, sempre splendida e scura e tagliente, di Alice - si fondono con risulta ti eccellenti, tanto da farci sperare, prima o poi, in un intero album in coppia.
E ripartiamo dunque dall’inizio di “Fleurs3”, e dalla prima cover. “Perduto amor” è una canzone del repertorio di Adamo, cantante italo-belga molto popolare agli inizi degli anni Sessanta. E’ una canzonetta, né più né meno, che la voce di Battiato rende meno “leggera” per l’intenzione e il “distacco” con cui canta un testo assolutamente datato (“così per un capriccio del destino / un grande amor / ti lascia e va”), ma che non riesce a diventare moderna o almeno interessante all’orecchio dell’ascoltatore moderno. E’ invece interessante che sia collocata in apertura di disco: e soprattutto che preceda, nella tracklist, un brano come “Impressioni di settembre”. Fra le due canzoni, vado a memoria, passano meno di dieci anni: eppure c’è un abisso, nella stesura, nella struttura, nel significato e anche nella forma del testo. Il brano della Premiata Forneria Marconi (da poco riletto anche da Francesco Renga) conserva, a trent’anni dall’uscita, una sua precisa validità; e se, riascoltandolo, il testo di Mogol si rivela oggi poco più che una riscrittura di quello di “Emozioni”, la frase di mellotron che caratterizzò l’arrangiamento originario (e che Battiato ripropone con fedeltà nella propria versione) non ha perduto nulla della propria efficace solennità.
A proposito di come si è evoluta la professione del paroliere, merita un’attenzione speciale il testo di “Se mai”, versione italiana di “Smile” di Charlie Chaplin: risale comunque agli anni Sessanta, ma Giorgio Calabrese ha scritto parole moderne e semplici, vere e “musicali”, senza farsi vincolare o condizionare dagli artifici del mestiere (oppure sapendo usare il mestiere in maniera magnifica). La parte musicale è pure molto bella; l’arrangiamento tradisce evidentemente il fatto che la canzone era stata scelta per essere inclusa in “Fun Club” (il bizzarro album di Manlio Sgalambro) e che è stata invece “recuperata” per questo progetto.
Se Sergio Endrigo era stato il protagonista di “Fleur(s)”, Lauzi lo è di “Fleurs 3”, essendo l’unico autore presente con due proprie composizioni. La prima, “Ritornerai”, è un bellissimo esempio di canzone-cerniera fra la musica leggera e la canzone d’autore: l’andamento orecchiabile, sottolineato nella versione originaria da un tempo di bolero, si sposava in maniera per l’epoca innovativa con un testo “quotidiano” e intimista, del tutto privo di vezzi. Battiato (che ha curato gli arrangiamenti di tutto il disco) ammorbidisce il tempo a un valzer veloce, e appare molto a proprio agio nell’esecuzione vocale.
“Col tempo sai” potrebbe essere invece l’ideale cerniera di collegamento con “Fleur(s)”; la canzone di Leo Ferré esprime l’intensità drammatica di certa canzone francese - di cui “Fleur(s)” conteneva esempi significativi - e il testo un po’ troppo ricercato, ma elegante, di Enrico Medail asseconda l’intenzione emotiva del brano.
“Insieme a te non ci sto più” è una canzone - mi scuso per l’espressione banale - molto “di moda”, in questo periodo; è stata ripresa almeno due volte, forse tre, nel giro di un paio d’anni, ed è anche stata inclusa da Nanni Moretti nella colonna sonora di “La stanza del figlio”. E’ una delle composizioni più felicemente cantabili di Paolo Conte, dell’epoca di quando scriveva per altri (“Azzurro”, “Una giornata al mare”) e con altri (qui con l’esperto Pallavicini), e il testo è fortemente innovativo, per l’epoca, perché affronta l’ambivalenza di sentimenti di chi chiude un rapporto d’amore; Battiato la rifà cantandola allo stesso modo di Caterina Caselli - con i medesimi allungamenti delle vocali finali - ma confezionando un felice arrangiamento molto “libero” dal modello originario. Interessante mi pare una libertà che Franco si prende verso la fine del pezzo, quando canta - indubbiamente con intenzione - per due o tre volte la frase “ciao, amore ciao” che in questa forma precisa nel testo originale non ricorre; e mi piace pensare che sia un modo discreto e “obliquo” per ricordare Luigi Tenco col titolo della sua ultima canzone.
“Il cielo in una stanza” - grande classico di Gino Paoli che ha già avuto le proprie versioni “definitive” dall’autore e da Ornella Vanoni - è uno dei momenti meno caratterizzati del disco: quella di Battiato è una versione corretta e discreta, ma (mi pare) non aggiunge nulla alla comprensione o alla (ri)scoperta di una canzone il cui pregio innovativo stava più nella stesura melodica che nel testo, immaginifico sì ma abbastanza “tradizionale” nella scelta delle parole e nella verseggiatura.
Anche “Le mie radici” di Alan Sorrenti, spogliata dell’atmosfera sperimentale suscitata soprattutto (nell’edizione originaria) dalla voce del cantautore napoletano, mi pare ridursi a semplice canzonetta; non fosse ingeneroso supporlo, vien da pensare che questa possa essere stato quasi l’intenzione di Battiato, che - mentre Sorrenti scriveva e interpretava i suoi primi dischi fra il consenso della critica e del pubblico - era impegnato in sperimentazioni di ben altro spessore.
“Sigillata con un bacio” è la versione italiana di una canzone americana, “Sealed with a kiss”, un brano di puro pop terminato negli anni Sessanta di Frankie Avalon (sbaglierò, ma potrebbe essere servito da ispirazione a Paul Simon per “The sound of silence”: ascoltate l’attacco...). Il testo italiano - del quale l’album non riporta l’autore - è di quelli tipicissimi dell’epoca, che raccontavano storie d’amore estive con linguaggio prettamente canzonettistico (“e con un bacio, amor / ogni giorno la lettera / sigillerò”). Semmai, è curiosa la storia raccontata: anziché quella di un addio alla fine dell’estate, è quella di una separazione all’inizio dell’estate. E forse è stata proprio questa anomalia a solleticare l’interesse di Battiato. Il quale Battiato, diciamolo qui prima di dimenticarcelo, negli anni Sessanta di canzonette ne ha scritte e incise qualche decina: la classica “E’ l’amore”, ma anche “Fumo di una sigaretta”, “Marciapiede” - bizzarra storia della redenzione di una meretrice poi ripiombata nel gorgo del mestiere - e parecchie altre, ormai di difficile se non impossibile reperibilità.
Ho lasciato per ultima quella che secondo me è la canzone più bella del disco. Una canzone praticamente sconosciuta, scritta da Bruno Lauzi e incisa negli anni Sessanta dall’oggi dimenticatissimo Salvatore Vinciguerra - un siciliano, quindi conterraneo di Battiato, che dopo alcuni singoli sparì dalla scena. Dunque, “Se tu sapessi” è un meraviglioso esempio di scrittura musicale: il testo è prosa, prosa semplice ed efficace, senza anticipazioni di parole, ricerche di rime e pseudopoeticismi. Parole desolate e sincere, d’amore deluso e malriposto, che vorrei riportare qui per intero a supporto di quanto ho appena scritto:
“Se tu sapessi come ti amo non cercheresti di dire parole che vogliono dire ‘io non ti amo’; quello che è triste è che tu non lo sai. Oggi ho cercato nella tua strada i nostri nomi graffiati sul muro: certo qualcuno li ha cancellati, quello che è triste è che non piangerai. Passerai giorni interi senza chiedere di me...”.
Siamo negli anni Sessanta, quando una colloquialità così scabra e “quotidiana” (“quello che è triste è che...”) non aveva diritto di cittadinanza nel mondo della canzone; e questo fa del testo di “Se tu sapessi” un gesto di inaudita, coraggiosa modernità, della quale va reso onore a Bruno Lauzi (un altro grande della canzone italiana ingiustamente sottovalutato, e che bisognerebbe riscoprire prima che sia troppo tardi). La melodia, semplicissima e straziante - lo dico in tono di approvazione - è quella di un madrigale, o di un idillio: l’interpretazione di Battiato è magnifica, nella sua voce c’è l’infinita ma dignitosa malinconia di un innamorato consapevole di non essere corrisposto, e l’arrangiamento rispetta la nuda bellezza della struttura del brano, con un pianoforte lontano ed archi composti ed elegantissimi. Un capolavoro: una dimostrazione di come la canzone, intesa come forma espressiva, possa a volte diventare una forma d’arte.
E una scoperta della quale dobbiamo essere grati alla sensibilità di Franco Battiato, che anche quando si concede escursioni apparentemente meno impegnative - come potrebbe essere il caso dei due “Fleurs” - non dimentica la propria vocazione al rispetto dell’intelligenza: la propria, quella del pubblico, e quella degli autori il cui lavoro ha scelto di riportare all’attenzione della gente.

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