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Recensioni / 03 lug 2019

Queen - A NIGHT AT THE OPERA (2011 REMASTER) - la recensione

Dischi leggendari: riscopri 'A Night At The Opera (2011 Remaster)' dei Queen

Classici dell’estate: ogni giorno riscopri un disco leggendario, con le recensioni storiche di Rockol.​

A NIGHT AT THE OPERA (2011 REMASTER)
© Queen Productions Ltd. under exclusive licence t (Digital Media)

di Paolo Madeddu

“Ogni giorno ci presentavamo in studio pensando: finalmente è finita, possiamo dedicarci ad altro. Invece arrivava Freddie, ci dava dei fogli con un nuovo testo e diceva: ‘Miei cari, sappiate che ho aggiunto un altro po’ di quei bei galilei’…”. (Brian May)

L’Inghilterra, è noto, è terra di grandi contrasti. Vi può dare Oxford e gli hooligans, l’Enciclopedia Britannica e il “Sun”, Shakespeare e Austin Powers, ‘Yesterday’ e ‘Obladi-oblada’. E ben tre “God save the queen”. La prima, l’originale, è uno degli inni nazionali più belli al mondo – e supera tutta la produzione classica mai prodotta all’interno dell’impero, da Elgar a Holst. La seconda fu quella di Brian May, una rilettura rigonfia e sgargiante, non dolorosa come la ‘Star spangled banner’ di Hendrix ma spettacolosamente pacchiana – e per questo, così inglese. La terza fu quella dei Sex Pistols, velenosa e furente. Partiamo da qui, perché il legame tra l’esplosione punk e i Queen è più forte di quanto si pensi. Quando nell’autunno 1975 ‘Bohemian rhapsody’ andò al n.1 in classifica, per il rock inglese fu una specie di punto di non ritorno.

Poco dopo la magniloquenza in tutto e per tutto ‘monarchica’ con cui i Queen avevano portato al suo apice massimo gli eccessi e i lustrini del glam-rock, giunse inevitabilmente una reazione sporca e scarna, “dura e pura”. Perché ‘Bohemian rhapsody’ era l’apice del kitsch’n’roll, la divertita volontà di ‘stupire il borghese’ con fuochi d’artificio e ghirigori, puntellandosi da un lato sulle capacità hardrock di May, in grado di misurarsi con Mick Ronson e Jimmy Page - e dall’altro sul gusto di Mercury per l’operetta, agevolato dalle velleità classicheggianti che (da Keith Emerson agli Yes, passando per Deep Purple e Jethro Tull), tanti si mettevano all’occhiello in quegli anni. Il risultato fu uno dei 45 giri più lunghi di sempre, una suite grandiosa e ampollosa ottenuta con le sovraincisioni permesse da 24 piste di registrazione (un’esagerazione, per l’epoca).

La compiaciuta magnificenza dell’impatto ottenne il tocco finale con le penombre da cattedrale del famoso videoclip - che non fu esattamente “il primo di sempre”, ma fu soprattutto un geniale espediente per proporre la canzone a ‘Top of the Pops’ senza replicare dal vivo la massacrante sezione corale, che anche in concerto veniva affidata al nastro. Con la pompa (e la circostanza, ovvero le nove settimane al n.1) di ‘Bohemian rhapsody’, i Queen nel 1975 portarono il rock il più lontano possibile dalla strada. Nel giro di qualche mese la strada se lo riprese, con una chitarra scordata, un basso fracassone, un cantante stonato di nome Johnny Rotten e una limitatissima gamma di accordi quasi tutti in maggiore.

La sensazione di aver osato troppo, alla lunga, condizionò anche la band, che dopo ‘A day at the races’ (album esplicitamente ‘gemello’ di ‘A night at the opera’) fece una parziale marcia indietro, e non osò più confezionare un album paradossale, eccessivo eppure mirabile come questo, caratterizzato da uno sfoggio di eclettismo quasi strafottente. Il disco parte con ‘Death on two legs’ (versione cattiva di ‘Killer queen’, il 45 giri che aveva raggiunto il n.2 l’anno prima). Quindi, la prima sorpresa: “ Lazying on a sunday afternoon”, leziosa canzonetta da cabaret che ricorda i divertissement dei Kinks o dei Roxy Music – qui l’ascoltatore viene avvertito: in questo disco, nessuna canzone sarà uguale a quella che la precede. Infatti, come un treno arriva ‘I’m in love with my car’ di Roger Taylor - una fiammata, un pezzo rovente che sembra voler saltar fuori dal disco. Ma si cambia ancora: tocca a John Deacon, autore di alcune delle canzoni più astutamente accattivanti dei Queen, tra le quali occupa un posto di primo piano ‘You’re my best friend’. Ed ecco che, dopo aver concesso spazio alle seconde linee, Brian May decide che la pirotecnica overture può avere fine, e inaugura la seconda parte della ‘serata all’opera’, quella in cui il chitarrista prende per mano il gruppo e lavora alla definizione del ‘Queen sound’. Da qui fino alla fine dello show, è lui a tenere la scena salvo tre interventi di Mercury: un siparietto comico (‘Seaside rendezvous’), la struggente (e un po’ melodrammatica) ‘Love of my life’ e naturalmente il “galop finale”, la già citata rapsodia boema che riassume tutto il carosello di vaudeville, cori a cappella, melodie alla Andrew Lloyd Webber e riff alla Led Zeppelin ascoltati nel resto del disco.

Va sottolineato che all’epoca ‘Bohemian rhapsody’ fu un successo quasi solo in patria (e un primato nelle charts inusitato per un singolo di sei minuti e passa). In Italia, ad esempio, il quartetto avrebbe fatto capolino, piuttosto timidamente, solo più tardi (‘Somebody to love’, utilizzata dalla Rai per una trasmissione tv). Il che conferma la matrice prettamente albionica di questa fastosa celebrazione del rock più maestoso – nel senso regale del termine. Perché il paragone con Diana, Sarah e la sghemba Camilla non si pone: l’unica, vera erede che Elisabetta II avrebbe potuto desiderare, per affidarle con fiducia le sorti del regno e la tutela dell’inglesità, è stata Faroukh Bulsara da Zanzibar, l’uomo che volle essere la regina britannica Freddie Mercury. Un vero peccato che Carlo fosse uomo di tutt’altri, discutibili gusti.