Dopo tanti anni di carriera, è inutile cercare nella sua musica angoli nascosti e prospettive inusuali: come disse anni fa un suo collega a chi gli rimproverava di cantare sempre la stessa canzone, quello che alcuni chiamano ripetizione per altri invece significa stile, firma inconfondibile d’autore. Neanche il “back to the roots” rappresenta per lui una novità. Anzi: sempre più spesso, negli ultimi tempi, il grande performer ha preso a ripercorre il viale della memoria per ritrovare se stesso e i risultati sono stati spesso assai brillanti (in dischi come “Hymns to the silence” e “Too long in exile”, non a caso zeppi di cover). Le ultime rimpatriate nel tempo che fu, come gli album in compagnia di Georgie Fame e Lonnie Donegan, non saranno magari (anzi: certamente non sono) capitoli indimenticabili della sua carriera, ma quei divertissement sono quantomeno serviti a dare una rinfrescata alla sua vena poetica, ultimamente troppo avvitata su se stessa in una ricerca introspettiva che finiva per risultare spesso monotona e poco comunicativa.
In “Down the road”, invece, Morrison fa un uso eccellente di suoni “vintage” e frizzanti a base di organi Hammond, chitarre, clarinetti, sax ed armoniche (in cui è lo stesso Van a soffiare con energia) per togliersi di dosso vecchie ruggini. E canzoni come “Meet me in the Indian summer”, “All work and no play” e “Evening shadows” sono perfette nel riprodurre l’atmosfera eccitante di un fumoso club londinese primi anni ‘60, mentre “Talk is cheap”, “Choppin’ wood” e “Whatever happened to PJ Proby?” (ecco un altro idolo morrisoniano: anzi due, perché nel testo anche Scott Walker si guadagna una citazione…) recuperano bene l’anima blues e swingante del vocalist. Morrison non sarebbe lui se rinunciasse alle celebri ballate, che danno aria e respiro alla voce ancora intatta e potente: ed ecco allora servite impeccabilmente la poderosa love song “Steal my heart away”, drappeggiata di flauto, flicorno e sax tenore, il country celtico di “What makes the Irish heartbeat” (Morrison alla chitarra acustica) e l’evergreen “Georgia on my mind” (ineccepibile, ma avremmo ascoltato più volentieri una scelta meno scontata).
Che dire? Da trentacinque anni almeno Van insegue una sua “beautiful vision” che elabora le musiche della tradizione – il jazz, il blues, il country, l’r&b – per raggiungere un ideale di perfezione estetica che vuole anche indurre all’armonia dello spirito (quella stessa armonia e serenità che Morrison ha faticato assai, probabilmente, a trovare nella vita privata). Non scalcia più come sul palco dell’ “ultimo valzer” della Band (riproposto in versione deluxe in questi giorni: ne parleremo presto), non sfodera più il ruggito di “Listen to the lion”, ma il vecchio George Ivan sa ancora farsi perdonare per il caratteraccio e i dischi buttati fuori, ogni tanto, senza troppa convinzione. Come gli altri grandi vecchi a lui coetanei – i Dylan e i Tom Waits, i Cohen e i Randy Newman – sa ancora graffiare l’anima e far drizzare le orecchie, quando vuole. Come si fa a resistergli, se anche la sua canzone la si è ascoltata cento volte prima d’ora?
(Alfredo Marziano)