«TRICARICO - Tricarico» la recensione di Rockol

Tricarico - TRICARICO - la recensione

Recensione del 23 mag 2002

La recensione

Sono stato uno fra i primissimi estimatori di Tricarico. Giusto due anni fa, quando Davide Benetti della Universal mi fece ascoltare i provini del giovane cantautore, che ancora non aveva debuttato discograficamente, ne fui così colpito da pronosticargli un immancabile successo. E quando, a settembre del 2000, uscì il singolo di “Io sono Francesco”, vissi la conquista della notorietà da parte di Tricarico anche come una mia soddisfazione personale. Da allora, ho sempre seguito con grande simpatia l’attività dell’artista, dedicandogli puntuale attenzione. E anche assistendo con qualche preoccupazione agli inciampi che ne hanno segnato il prosieguo (l’abbandono dei primi produttori, con i quali poi c’è stato un ricongiungimento), pur approvando la singolare linea strategica fatta di successive pubblicazioni di nuovi singoli, che hanno rimandato alla primavera di quest’anno l’uscita dell’album d’esordio.
Un album che era molto atteso, e che oggi sconta inevitabilmente il confronto con le aspettative (anche le mie); un album che contiene dodici brani, dei quali sei già usciti su singolo (“Io sono Francesco” “Brillantini”, “Drago”, “La neve blu”, “La pesca”, “Lavanda”): il che rende un po’ meno coraggiosa da parte della casa discografica la decisione, ampiamente pubblicizzata, di pubblicare l’album al prezzo di 15,49 euro - che per sei sole nuove canzoni non è propriamente un regalo.
Il disco si apre con “Il caffé”: era uno dei provini che ascoltai due anni or sono, era anche la canzone sulla quale (nella forma originaria) avevo speso più elogi, e me la ritrovo qui in una elaborazione che non ne coglie l’essenza, e che dopo il breve e folgorante incipit (“Equinozio di settembre / io sono ancora su Plutone”) e la felicissima apertura dell’inciso, immediatamente proposto con la sua irresistibile orecchiabilità (“No, non ho voglia del caffé, vieni qui vicino a me...”), si perde in una struttura velleitaria e sfilacciata, che solo a 1’50” ritrova quello slogan fortissimo che sarebbe dovuto essere il nucleo del brano, e poi lo reitera senza convinzione, dopo un inutile e sviante intervento parlato. Produrre canzoni non è (più) il mio mestiere, e quindi la mia resta solo un’opinione personale: ma “Il caffé” è uno dei più sciagurati esempi di come si possa gettare via un successo garantito.
A proposito di incipit, anche quello del brano successivo, “Musica”, è di quelli che non si dimenticano: “La verità è che l’amore mi ha bruciato, quand’ero piccolo l’amore mi ha scottato”. Brividi garantiti, che tornano a increspare la pelle alla seconda strofa; poi, dopo un (altro) parlato, anche qui la canzone si perde, si smarrisce, e torna a farsi emozionante solo a 2’15”, quando riprende il tema di apertura con una piccola ma significativa variazione (“La verità è che la musica mi ha salvato, quand’ero piccolo la musica mi ha salvato...”).
Tricarico è un genio intermittente, o - per meglio dire - è un artista capace di squarci folgoranti di poesia e di melodia: ma questi squarci, splendidi, lo sono proprio perché sono fulmini, lampi, intuizioni. La forza di “Io sono Francesco” - terzo brano del disco - sta proprio nell’essere una sequenza di squarci magicamente interconnessi l’un l’altro; la debolezza delle altre tracce di questo Cd sta nel fatto che si è tentato di trasformare in “canzoni”, dilatandoli e soffocandoli di sovrastrutture, gli accecanti flash espressivi (per testo e per musica) che sono la vera ricchezza del genio di Tricarico.
Così, “Aereoplano giallo” - pagina di diario (?) non priva di riflessioni originali - riesce a sembrare lunghissima pur durando solo due minuti e mezzo; così “Drago” (ribattezzata “Il drago verdolino”) si trascina faticosamente per due volte con una sorta di recitarcantando fino all’unico raggio di sole melodico che la illumina (“No, no, no, non vedo più il giallo della tua maglietta...”); “Neve blu” reitera la formula della filastrocca, e regala solo la magia - da 00’41” a 00’48” - del bellissimo e brevissimo lied “Volo sul cavallo, io volo su un cavallo...” (bisogna aspettare i 2’10” prima di risentirla! ed è la cosa più bella e convincente del brano...); e anche “Brillantini” commette lo stesso peccato, l’incapacità di valorizzare la sognante, meravigliosa cantabilità di un’apertura melodica di soli 14 secondi (“Io sto andando, amore, in un tempio dorato / dove ci sono i fichi, il miele e il caco...”).
La già nota “La pesca” è, in fondo, una riscrittura di “Io sono Francesco”, con minore potenza narrativa ma, almeno, con una costruzione piuttosto efficace. “Gioia”, altro inedito, non possiede meriti particolari se non un testo minimalista con spunti di bizzarria, e sciupa l’atmosfera sognante costruita nella prima metà del brano con un’incongrua accelerata nervosa che ha come unico risultato quello di irritare.
“Lavanda”, già sul singolo di “La pesca”, ha un inciso potenzialmente vincente (da “Ma com’è che arriva l’amore sotto l’albero...” fino a “ma perché non esco da questa scatolina”), ma la strofa è debole, e il finale parlato risulta francamente ingiustificato. Su “Occhi blu” c’è poco da dire: è sconnessa, disordinata, superflua, così come la conclusiva “Stupido pio pio” sarebbe accettabile solo come divertissement e solo se durasse la metà.

Questo album è un’occasione perduta, e forse è anche un errore irreparabile. Una persona - non un personaggio: una persona - come Francesco Tricarico non può essere considerata un prodotto di marketing: se non ha abbastanza buone canzoni per riempire un album, non bisogna fargli fare un album. Se la sua ingenua, candida visionarietà lo induce a sbrodolare, bisogna che ci sia qualcuno che - con affetto e fermezza - gli impedisca di sporcarsi. Significa rispettare il poeta inconsapevole che c’è in lui, e aiutarlo ad esprimersi in maniera comprensibile anche dalla gente che non capisce la poesia.
Nelle dodici tracce di questo Cd ci sono spunti sufficienti per quattro/cinque grandi canzoni. Dico “grandi” canzoni, di quelle che non si dimenticano. Bisognava tenersele care, coltivarle, farle crescere; sono state buttate lì senza valorizzarle, anzi lasciandole affogare. La sensazione, per l’osservatore esterno, è che il “progetto Tricarico” non sia stato sufficientemente amato proprio da chi avrebbe dovuto averlo più caro. So per certo che non è così: anzi, forse è stato "troppo" amato, ma a volte il troppo amore fa essere troppo indulgenti. Non conta granché, ma guardate il libretto del Cd: concettualmente bellissimo, con l’antipaticissimo e repellente pupazzetto Tricarichino “ambientato” in diverse scenografie, ma lontanissimo dallo spirito di Francesco (che invece è perfettamente catturato dalla bella fotografia di Remo Di Gennaro, il quale ha giustamente “visto” in Tricarico un’anima da Forrest Gump sognante e amabile; peccato che la fotografia sia confinata a pagina 13 del libretto - e che i testi delle canzoni siano scritti in un corpo illeggibile, in bianco scavato su un repellente rosa carico). Schizofrenico, scoordinato, incoerente: come se ci fosse molta fretta di finirlo per poter uscire col disco mentre Tricarico è in tour con Jovanotti.
E tristemente, ahimé, vien fatto di pensare che le cose siano andate come sembra voler rivelare (forse l’intenzione era autoironica, ma si è risolta in un lapsus freudiano) la copertina del libretto, e del Cd: sulla quale il pupazzetto Tricarichino è raffigurato, come sulla pagina del catalogo delle offerte speciali di un supermarket, vicino alla sua scatola (su cui spicca la scritta “batterie non incluse). Pronto ad essere venduto. In offerta speciale, a 15,49 euro. Povero Francesco...

(Franco Zanetti)

Tracklist:
“Il caffé”
“Musica”
“Io sono Francesco”
“Aereoplano giallo”
“Il drago verdolino”
“Neve blu”
“Brillantini”
“La pesca”
“Gioia”
“Lavanda”
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