«WHEN I WAS CRUEL - Elvis Costello» la recensione di Rockol

Elvis Costello - WHEN I WAS CRUEL - la recensione

Recensione del 22 apr 2002

La recensione

Tutti i musicisti – soprattutto quelli che la loro musica la fanno “viaggiare”, e molto, nelle direzioni più diverse – tornano, prima o poi, al punto da cui sono partiti. Elvis Costello lo fa ciclicamente, tra una collaborazione nobile (Burt Bacharach) e l’altra (Anne Sofie Von Otter), accantonando di tanto in tanto orchestrazioni e partiture raffinate per tornare ad imbracciare la chitarra elettrica e fare un po’ di “rumore”. Di rumore e di chitarra elettrica, in questo suo nuovo disco, ce n’è in abbondanza: tanto che sembra di tornare ai tempi di “Brutal youth” o di “Blood and chocolate”, se non proprio a quel “This year’s model” che nel 1978 lo consacrò epigono di Stones e Kinks nel segno della new wave più beffarda e arrabbiata (l’edizione americana di quel disco si chiudeva con il singolo “Radio radio”, e l’ultimo pezzo del nuovo disco si intitola “Radio silence”: coincidenza?). Certo, le armi che usa oggi per pungere e per scaldare l’ambiente sono molto più raffinate di un tempo, e vent’anni fa canzoni come “15 petals” e “When I was cruel no. 2” non gli sarebbero venute fuori così. Non che il Costello degli esordi fosse un autore rozzo e primitivo, ma certo la sapienza musicale che quei due titoli condensano allora sarebbe stata inimmaginabile. Prendiamo “15 petals”: ritmo galoppante e voce strozzata come ai bei tempi, ma a firmare inconfondibilmente la canzone è soprattutto quello stralunato (e raffinatissimo) arrangiamento di fiati a cavallo tra free jazz, Nord Africa, Balcani e musica klezmer. Codici musicali magari estranei al background del musicista, ma nessun problema: il signor MacManus, oggi, ha una tale esperienza e padronanza del pentagramma che ne vien fuori, quasi in souplesse, un gioiellino. Della canzone che intitola il disco, e del suo ipnotico “loop” che campiona ossessivamente la voce di una Mina d’annata (1965), si è già detto e scritto molto: è un colpo da maestro, ci permettiamo di aggiungere, che tra languide atmosfere lounge, chitarre alla “Watching the detectives” e uso intelligente delle “macchine” riesce nel piccolo miracolo di sembrare nuova, originale, diversa, persino per uno degli autori più prolifici e poliedrici del pop contemporaneo. Non tutti i pezzi della raccolta, naturalmente, vivono degli stessi guizzi di genio, e qua e là Elvis si lascia forse prendere la mano (“Episode of blonde” rammenta certi suoi sfoghi un po’ logorroici del passato…). Ma è l’umore generale del disco a convincere, con quei tremoli e riverberi di chitarra che rimandano agli Shadows e a Link Wray, il pianismo fluido ed elegante di Steve Nieve, quei suoni vintage ossuti e spettrali a metà strada tra Tom Waits, T-Bone Burnett e i Los Lobos “trattati” da Mitchell Froom (gli affascinanti esercizi speculari di “Dust 2…” e “…Dust”, immerse quasi in un clima da spy-story). E poi è ancora la sua abilità di giocoliere delle parole ad incantare: in “45”, ad esempio, dove gli bastano due numeri e due strofe per tratteggiare uno schizzo che profuma di anni lontani e di dischi in vinile. Il Costello modello 1978 torna prepotentemente alla ribalta in “Tear off your own head (It’s a doll revolution)” e in “Daddy can I turn this?”, e l’effetto è rigenerante dopo l’indigestione di ballads degli ultimi anni. Ma anche quando rallenta il passo, “When I was cruel” conserva una sua tensione, una vibrazione vitale: “Tart” lo conferma cantante sempre più convinto dei suoi mezzi (lui stesso ha cominciato a crederci dai tempi delle lettere a Giulietta e del Brodsky Quartet), “Alibi” è uno dei suoi sfoghi più spontanei e incalzanti dai tempi di “I want you”. Tornare al rock, per Elvis, significa manipolare suoni, ritmi e parole senza preoccuparsi troppo del rigore formale e delle ricette dosate con il bilancino. Ricaricate le pile con questo album, e con il nuovo tour che inizia in questi giorni, potrà tornare a coltivare la sua ambizione recondita (confessata di recente anche alla stampa italiana): quella di essere ricordato come un compositore “serio”, non solo come un fabbricante di canzoncine. E’ sulla buona strada, se è vero che anche in un disco rock come “When I was cruel” lascia una squisita, inconfondibile impronta d’autore.

(Alfredo Marziano)
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