«IN THE COURT OF THE CRIMSON KING - King Crimson» la recensione di Rockol

Dischi leggendari: riscopri 'In the Court of the Crimson King' dei King Crimson

Classici dell’estate: ogni giorno riscopri un disco leggendario, con le recensioni storiche di Rockol.

Recensione del 24 lug 2019 a cura di Franco Zanetti

La recensione

E’ unanimemente considerato come uno dei migliori album d’esordio di sempre. E conserva ancora oggi, a quasi 33 anni dall’uscita, un fascino straordinario. Pietra angolare e al tempo stesso primo frutto del “progressive rock”, il disco di debutto dei King Crimson è imprescindibile per chiunque desideri esplorare l’evoluzione della musica rock e la sua “contaminazione” con espressioni musicali più intellettuali come il jazz e la classica/sinfonica.

Attratto dalla splendida copertina apribile (“gatefold sleeve”) di Barry Godber (concepita come un poster, col il volto di un uomo visto quasi da una lente fish-eye, occhi narici e fauci spalancate in un grido silenzioso: nessuna scritta, né il nome del gruppo né il titolo del disco) acquistai l’album senza mai aver sentito nominare prima la band, e ne fui conquistato al primo ascolto.

Dopo 29 secondi di suoni “cosmici”, un potente attacco rock e una voce distorta e disperata che grida parole angosciose (“Cat’s foot, iron claw, neuro-surgeons scream for more at paranoia’s poison door: Twenty First Century schizoid man. Blood rack, barbed wire, politician’s funeral pyre, innocents raped with napalm fire: Twenty First Century schizoid man”): è l’introduzione di “21st Century schizoid man”, che dopo le prime due strofe di testo prosegue con una feroce jam session - chitarra delirante, batteria sincopata, un sax più urlante di quello di David Jackson dei Van der Graaf Generator - e, a sei minuti dall’inizio, rientra con la terza strofa (“Death seed...”) e un finale disordinato e urlante, che si acquieta immediatamente nella serenità pastorale di “I talk to the wind” (uno dei due brani dell’album firmati dai soli McDonald e Lake, come “The court of the Crimson King”: gli altri tre sono accreditati a tutti e cinque i componenti della band) in cui la voce di Greg Lake ci accompagna, fra suoni di oboe e vibrafono, sostenuta da una soffice batteria, lungo sentieri malinconicamente sereni (“Parlo al vento, le mie parole sono trascinate via... il vento non sente, il vento non può ascoltare”) percorsi nel finale da un flauto nostalgico. Un’altalena di emozioni estreme nei primi dodici minuti di ascolto: e poi il sinfonismo solenne di “Epitaph” (“canzone” di otto minuti in forma di suite), introdotta da un possente mellotron che lascia spazio a una marcia quasi funebre (“The wall on which the prophets wrote is cracking at the seams...”) e a una dolorosa ammissione di impotenza: “Confusion will be my epitaph, I fear tomorrow I’ll be crying”. Un’apertura riflessiva, quasi folk, poi la ripresa della prima strofa di testo, e dopo venti minuti la prima facciata dell’album si avvia alla conclusione, ripetendo all’infinito la frase che dice la paura di piangere, la paura del futuro dell’uomo schizoide del Ventunesimo secolo.

Una “concept-side”, dunque, nella quale i King Crimson mettono sul piatto tutte le loro potenzialità emozionali. E già sarebbe bastata a dirmi la grandezza del gruppo. Poi girai il disco, ed ecco la sospesa, raffinata, complessa “Moonchild”: dopo poco meno di tre minuti di perfetta, compiuta, delicata “canzone”, la musica si rarefà fin quasi a tacere (e dopo i tanti ascolti successivi, qui il vinile ormai cominciava a frusciare), poi riprende insinuante e jazzata, al confine con l’avanguardia sperimentale, e sfiora a lungo l’ermetismo, fino a spegnersi (a 12’09”) per ripartire con un incedere di batteria che apre spazi alla voce narrante - nel brano eponimo dell’album - di tornei fra cavalieri, pifferai vestiti di porpora, Regine Nere, cortei funebri, campane dal bronzo incrinato, fuochi magici, giardinieri che “per piantare un sempreverde calpestano i fiori”, giocolieri e buffoni di corte e danze cortigiane: l’immaginario di Pete Sinfield sciorina il suo campionario più fantasioso, mentre gli strumenti conducono una danza folk/psichedelica con momenti corali di grande suggestione; infine il mellotron si riappropria della scena, e chiude il disco su toni epici e declamatori (“giusto compromesso fra il kitsch sinfonico dei Moody Blues e le elucubrazioni esistenziali dei Van der Graaf Generator”, Scaruffi).

Nei tre dischi seguenti, fra cambi di formazione - la line-up di questo album vede Robert Fripp alla chitarra, Ian McDonald ai fiati e alle tastiere, Greg Lake alla voce e al basso, Michael Giles alla batteria e alle percussioni, più Pete Sinfield accreditato di “parole e ispirazioni” - ed evoluzioni espressive, il gruppo produrrà una copia (meno riuscita) del debutto con “In the wake of Poseidon”, virerà verso strade più criptiche con “Lizard”, e chiuderà il suo primo ciclo creativo con “Islands” (forse il lavoro più accessibile per il gusto odierno); le reincarnazioni successive dei King Crimson, sempre guidati dalla dittatura rigorosa di Robert Fripp, batteranno altri percorsi sonori, spesso di sublime eleganza intellettuale, a volte di irritante freddezza tecnica. “In the court of the Crimson King” resta comunque, ad oggi, il disco-manifesto più significativo di una band a volte sopravvalutata, ma sempre capace di lasciare tracce significative.

© 2019 Riproduzione riservata. Rockol.com S.r.l.
Policy uso immagini

Rockol

  • Utilizza solo immagini fotografiche rese disponibili a fini promozionali (“for press use”) da case discografiche e uffici stampa.
  • Usa le immagini per finalità di critica ed esercizio del diritto di cronaca, in modalità degradata conforme alle prescrizioni della legge sul diritto d'autore, utilizzate ad esclusivo corredo dei propri contenuti informativi.
  • Accetta solo fotografie non esclusive, destinate a utilizzo su testate e, quindi, libere da diritti.
  • Pubblica immagini fotografiche dal vivo concesse in utilizzo da fotografi dei quali viene riportato il copyright.
  • È disponibile a corrispondere all'avente diritto un equo compenso in caso di pubblicazione di fotografie il cui autore sia, all'atto della pubblicazione, ignoto.

Segnalazioni

Vogliate segnalarci immediatamente la eventuali presenza di immagini non rientranti nelle fattispecie di cui sopra, per una nostra rapida valutazione e, ove confermato l’improprio utilizzo, per una immediata rimozione.