L’imperativo dell’album, “Balla o muori”, è ben esemplificato in buona parte dei brani, anche se “Dance or die” non è un album esclusivamente ballabile. Madaski, reduce da un lavoro in cui esplorava tutte le connessioni dance di colore maggiormente giamaicano, ha ripescato in questo caso la sua altra metà artistica, quella gotico-rumoristico-elettronica, evidenziata già nell’esperimento sonico di “Distorta diagnostica”. Filtrata alla luce del paesaggio anni ’80 di cui parlavamo sopra, questa vena dà vita a un risultato omogeneo e suggestivo, non privo però di alcuni limiti, il principale dei quali è quello di essere o di sembrare, a parere di chi scrive, un disco troppo ancorato al passato. Si dirà che in questo momento è proprio quel passato ad essere presente nella musica, visto che gli anni ’80 non avevano ancora fatto in tempo ad andare via che già sono tornati. Vero, ma allora è vero anche che questo album potrà stupire di più chi in quegli anni non c’era, rispetto a chi – come Madaski, e come in definitiva chi scrive – viene proprio da lì. Ciò detto, non mancano in “Dance or die” momenti decisamente riusciti, come nel caso della title track e di “The perfect groove”, nata per essere un singolo, così come la cover degli Ultravox “A Quiet man”. Belli anche i momenti meno definiti di questo lavoro, ma altrettanto madaskiani, come “The calling”, “Sanctify your soul” e la conclusiva “The impossible me”.
Per quanto non sia un album memorabile, “Dance or die” è figlio di una delle migliori menti del panorama musicale italiano, ragion per cui vale sicuramente la pena di ascoltarlo e – per i signori musicisti, dj, producer, remixers, ecc. – di studiarlo.