«ENGLAND, HALF ENGLISH - Billy Bragg» la recensione di Rockol

Billy Bragg - ENGLAND, HALF ENGLISH - la recensione

Recensione del 26 apr 2002

La recensione

Ha compiuto 44 anni, è diventato padre di famiglia, ha cantato Woody Guthrie, si è trasferito nella quiete del Dorset: eppure, il “nuovo” Billy Bragg non è poi così diverso da come ce lo ricordavamo. Un paroliere e autore di canzoni che ancora ama usare la chitarra per “uccidere i fascisti”, un cronista attento alla politica dei sentimenti e al “socialismo del cuore” che da sempre gli sono cari. Capace, con poche pennate e il suo inconfondibile accento proletario (appena velato, oggi, da un timbro di voce fattosi lievemente più scuro) di raccontare umori e stati d’animo della “working class” britannica come solo Ken Loach sa fare da dietro una macchina da presa. In passato aveva citato Gramsci e Mayakowsky, questa volta torna all’amato Orwell e al romanziere Colin MacInnes, autore della frase che intitola il suo nuovo disco, per interrogarsi su cosa voglia dire, oggi, essere inglesi (ma anche europei, e cittadini del mondo) in una società in profondo cambiamento. Ascoltare “England, half English”, ancora una volta, è come leggere un quotidiano fresco di stampa. Ci trovate dentro lucidi reportage sullo stato della nazione (un’Inghilterra nostalgica del passato e in crisi di identità); ma anche una “posta del cuore” molto più stuzzicante di quella che trova solitamente spazio sulla carta stampata. Alla prima sezione del “giornale” fa capo, per esempio, la canzone guida dell’album, una scoppiettante patchanka che frulla fiati balcanici, vocalizzi algerini e reminiscenze western per dimostrare la sua tesi di fondo: e cioè che il meticciato culturale, “dalle morris dance a Morrissey”, è nel DNA della società e della musica inglese. Subito dopo arriva “NPWA” (ovvero “Niente Potere Senza Responsabilità”), che sulle ali di un robusto rock vintage profumato di r&b revival sciorina considerazioni di buon senso sulle implicazioni spiacevoli della globalizzazione e del nuovo ordine economico mondiale. “Take down the Union Jack” è, se possibile, ancora più esplicita: Bragg invita i compatrioti ad ammainare la bandiera nazionale in nome di un Regno che è sempre più (dis)Unito, rispolverando per l’occasione i panni da “busker” (voce e chitarra elettrica) degli esordi. In “Distant shore”, poi, affronta il tema dell’immigrazione in terra ostile: e lo fa sottovoce, senza scivolare nella retorica, con una di quelle ballate malinconiche e intimiste cui ci ha abituato dai tempi di “Talking with the taxman about poetry”.
L’altra faccia, allegra e colorata, dell’integrazione culturale salta fuori in “Baby Faroukh”, un indo-Brit pop (in verità piuttosto esile) che avrebbe potuto far da sfondo ai fotogrammi di “East is East”, mentre “Dreadbelly” è uno ska-rock di quelli che germogliano tra i sudditi rasta di sua Maestà. Sostenuto da arrangiamenti calibratissimi e dalla sua miglior band di sempre (i Blokes, in cui spiccano le policrome percussioni di Martyn Barker e l’impagabile Hammond dell’ex Small Faces Ian McLagan), Bragg dipana la sua sapienza pop per tratteggiare teneri e ironici quadretti sentimentali (i ritmi in levare di “Jane Allen”, le chitarre alla Johnny Marr di “Another kind of Judy”), dire la sua su tempo libero e riduzione dell’orario di lavoro (la spensierata “St. Monday”), toccare momenti di limpido lirismo (“Some days I see the point”), citare – persino – Dylan e Daniel Lanois (la splendida “He’ll go down”). Come narratore minimale del quotidiano, Bragg è sempre delizioso: e nella conclusiva “Tears of my tracks” – uno Smokey Robinson in “reverse”, dove il protagonista si disfa della sua collezione di dischi per dare una rinfrescata alla sua vita – sembra quasi di leggere un pagina di “Alta fedeltà”. Badly Drawn Boy avrà anche fatto un buon lavoro, realizzando le musiche per la riduzione cinematografica di “About a boy”: ma come alter ego musicale di Nick Hornby, il buon vecchio Billy sarebbe stato davvero perfetto.

(Alfredo Marziano)
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