«HOLIDAY IN DIRT - Stan Ridgway» la recensione di Rockol

Stan Ridgway - HOLIDAY IN DIRT - la recensione

Recensione del 19 apr 2002

La recensione

Ci sono personaggi che incarnano l’idea stessa di outsider. Stan Ridgway è uno di questi: fin dai tempi in cui si affacciò sulla scena musicale con i Wall Of Voodoo, è sempre stato troppo intelligente e raffinato per essere apprezzato da media e da un pubblico vasto. Eppure, appena il gruppo si sciolse e Stan tentò la carriera solista, quasi gli riuscì il colpaccio: l’epica “Camouflage”, ballata che raccontava la storia di un marine salvato da un fantasma, finì nella top 5 dei singoli in Inghilterra, trainando l’album “The big heat”. Era il 1986, e da allora Ridgway non ha mai smesso di fare dischi, sia come solista che in gruppo con i Drywall. Alcuni di questi dischi sono dei piccoli capolavori, come il semiacustico “Black diamond” (1995) o il più recente “Anatomy” (1999): canzoni radicate nella tradizione americana, ma con un lato “oscuro” sia musicale che lirico; un lato "hard boiled", che ha fatto definire l’autore come una sorta di Raymond Chandler/David Lynch del pop.
“Holyday in dirt”, disco autoprodotto e pubblicato dalla New West Records (ma distribuito anche in Italia), è ciò che promette il titolo: un viaggio nella “spazzatura” dell’artista, tra brani inediti, outtakes e così via. Trattandosi di un’artista di tal calibro la “spazzatura” proprio non è tale e c’è da credere che un eccessivo understatement abbia portato alla scelta di questo titolo. Sebbene le canzoni provengano da periodi diversi, il disco suona tutto sommato omogeneo, è c’è da chiedersi come mai gemme come “Operator help me” o “Time inside” non abbiano mai visto la luce. Tra chitarre, suoni da colonne sonore (Stan ha sempre lavorato su questo fronte: il caso più noto fu la stupenda collaborazione con Stewart Copeland dei Police per “Rusty il selvaggio” di Coppola nel 1983) e sperimentazioni elettroniche (altra compenente sempre presente nella musica del nostro, ben prima che diventasse di moda con David Gray e simili), i brani scorrono via tra alti e bassi, ma sempre in modo più che dignitoso.
Se non conoscete l’artista, forse è meglio cominciare altrove, magari proprio da “Anatomy” o da “The big heat”. Detto questo, “Holyday in the dirt” è un disco che può interessare non solamente i fan di un artista “di culto”.

(Gianni Sibilla)

Tracklist:
“Beloved movie star” (Billy Wilder mix)
“Operator help me”
“Time inside”
“End of the line”
“Garage band '69”
“Bing can't walk”
“Brand new special and unique”
“After the storm”
“Floundering”
“Amnesia”
“Whatever happened to you”
“Act of faith”
“Beloved movie star redux”
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