«REGGATTA DE BLANC - Police» la recensione di Rockol

Dischi leggendari: riscopri 'Reggatta De Blanc' dei Police

Classici dell’estate: ogni giorno riscopri un disco leggendario, con le recensioni storiche di Rockol.

Recensione del 12 ago 2019 a cura di Gianni Sibilla

La recensione

Uno dei segni di maturazione del punk. “London Cclling” dei Clash, l’altro vero caposaldo della maturazione del genere, esce qualche mese dopo il secondo disco dei Police (pubblicato nell’autunno del ’79). E, a dir la verità, il trio guidato da Sting non ha mai fatto parte a pieno titolo del “movimento del ‘76”. Ma le radici musicali sono le stesse. Diversa è invece la direzione in cui vengono sviluppate.
Fin dagli esordi dello stupendo “Outlandos d’amour”, Sting, Stewart Copeland e Andy Summers erano qualcosa di più che un gruppettino nato sull’onda del punk, deciso come molti altri a mascherare le proprie deficienze tecniche grazie alla rabbia interpretativa. No, i Police di tecnica ne avevano eccome: scrivevano signore canzoni, dirette nel suono ma complesse nella struttura, suonate come Dio comanda. In “Reggatta de blanc” smisero di nascondersi: fin dal titolo (“Reggae bianco”) dichiararono la loro influenza maggiore, quella della musica caraibica; e smascherarono le loro abilità con un suono secco, ma più “pulito”. Una pulizia che la grezza estetica del punk non si sarebbe mai potuto permettere.

Il reggae si sente un po’ ovunque, soprattutto in brani come “Walking on the moon” o “Bring on the night”, mentre nel resto del disco è soprattutto l’intreccio tra chitarra, basso e batteria a determinare l’impatto dei brani: i Police ebbero la forza e la sapienza di rinnovare la formazione classica del rock ‘n’roll con nuova energia e nuove prospettive. Basta sentire un brano come “Message in a bottle”, che balzò al primo posto delle classifiche inglesi, per rendersi conto della potenza: un azzeccato arpeggio di chitarra, su cui si innesta la sezione ritmica, e che va in crescendo per portare al ritornello che invece è in calando, per poi ripartire e così via. Il tutto con un cantato evocativo e dalle forti immagini: Sting era un professore di letteratura inglese - racconterà i suoi trascorsi da insegnante in “Don’t stand so close to me" e non ha mai nascosto la sua cultura.

Con questo disco, i Police arrivarono appunto ai primi posti delle classifiche inglesi. Il disco successivo “Zenyatta mondata” li lanciò nel nord America, facendoli diventare delle star planetarie, probabilmente il gruppo più popolare dei primi anni ’80. A quel disco ne seguirono altri due, “Ghost in the machine” e “Synchronicity”, in cui la band continuò ad espandere il reggae-rock delle origini verso una forma canzone sempre più elaborata concettualmente, ma altrettanto diretta nell’impatto. Poi, era il 1984, il giocattolo si ruppe, soprattutto per le ambizioni di Sting, vero leader maximo del trio. Il “pungiglione” si lanciò in una carriera solista che dura tutt’ora, sempre influenzata dalla musica caraibica, ma più sbilanciata verso il jazz. Alla fine, la prova più evidente dell’importanza di questo disco è che Sting, nei sui concerti, ha continuato a suonarne e rielaborarne diversi brani . Oltre agli inevitabili anthem “Message in a bottle” e “Walking on the moon”, il percorso più significativo l’ha seguito quella “Bring on the night” che nelle infuocate e nere (in senso musicale, s’intende) performance dal vivo della carriera solista, si è trasformata in una pista aperta per il decollo delle improvvisazioni jazzistiche, diventando anche il titolo di uno stupendo e torrenziale disco live, una delle migliori cose mai fatte da Sting.

TRACKLIST

01. Message In A Bottle (04:50)
02. Reggatta De Blanc (03:05)
03. It's Alright For You (03:12)
04. Bring On The Night (04:15)
05. Deathwish (04:11)
06. Walking On The Moon (05:00)
07. On Any Other Day (02:56)
08. The Bed's Too Big Without You (04:25)
09. Contact (02:37)
10. Does Everyone Stare (03:47)
11. No Time This Time (03:17)

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