«INTO THE SUN - Sean Lennon» la recensione di Rockol

Sean Lennon - INTO THE SUN - la recensione

Recensione del 26 mag 1998

La recensione

Sean Lennon presenta INTO THE SUN*

"Il materiale di INTO THE SUN è stato ispirato dalla mia ragazza, Yuka. Riguarda la relazione più importante della mia vita: l’inizio di un nuovo rapporto e la crescita della capacità di capirsi, l’esperienza di dividere tutto con qualcuno e i rischi connessi, il superamento delle paure di una conoscenza sessuale e la difficoltà di apprendere a fidarsi reciprocamente, la felicità che si prova a essere innamorati e la follia che l’accompagna, l’esplorazione di nuove cose e di nuove idee. Riguarda ciò che succede quando si diventa più grandi e bisogna gestire la propria vita. Ho incontrato Yuka Honda e Miho Hatori dei Cibo Matto dopo che avevano remixato TALKING TO THE UNIVERSE per l’EP di mia madre. Ci piaceva moltissimo quello che avevano fatto e li volevamo conoscere. Vennero a trovarci a New York, durante una prova in vista di un tour di Yoko. Ci intendemmo subito. Quella sera improvvisammo insieme nel mio studio, un’esperienza magica. Yuka mi invitò a suonare con i Cibo Matto per uno spettacolo (nella stessa occasione incontrai i Beastie Boys per la prima volta). Quando mi chiesero di unirmi al gruppo come bassista per una tournée, colsi l’occasione al volo. Aprimmo concerti di Boss Hog, Beck, Sonic Youth e Butthole Surfers. Quell’anno inoltre andai in tournée con la mamma in America, Europa e Giappone. Un periodo molto emozionante ed educativo. Di tutti gli spettacoli di quei mesi il più significativo fu il primo "Tibetan Freedom Concert" a San Francisco, organizzato dai Beastie Boys.

Adam Yauch sentì le mie canzoni, le giudicò davvero valide e mi chiese di realizzare un disco per la Gran Royal. Pensai all’istante che era proprio ciò che volevo: lavorare per la Grand Royal mi sembrava il modo giusto per mettere a fuoco la musica piuttosto che il collegamento con il nome di mio padre. Proposi a Yuka di produrre il mio album e lei accettò. Registrammo INTO THE SUN in un mese al Sear Sound di New York. Volevamo fare una registrazione di taglio semplice, perciò scegliemmo uno studio apprezzato per il calore del suono analogico. Era importante puntare sulla naturalezza e l’organicità per sostenere il tema di una relazione amorosa. Ne è risultato un disco abbastanza eclettico quanto a stili e atmosfere.

Mi ha sempre appassionato esplorare e integrare differenti stili musicali. Uno degli aspetti più attraenti della produzione dei Beatie Boys è come vi vengono abbattute le barriere tra i generi. Sono stati il primo gruppo a inserire nello stesso album l’hip hop, il punk hardcore e il funk tipo anni Settanta. E’ un elemento di rilievo per i ragazzi della mia generazione che sono alla ricerca disperata di qualcosa di diverso. La musica e gli artisti vengono costantemente etichettati in base ai generi; ritengo che non sarà tanto facile suddividere in categorie la musica del futuro.

Nel realizzare INTO THE SUN ho cercato di fondere e abbinare differenti stili musicali che di solito non vengono associati tra loro. Il brano d’apertura, "Mystery juice", presenta la gamma di varietà stilistiche che seguiranno nel resto dell’album. La canzone si divide in tre sezioni: la prima è una rock ballad, con una modulazione cromatica nella strofa, la seconda è un ritornello strumentale d’impostazione heavy rock e la terza è un’improvvisazione strumentale ispirata al free jazz. Segue il brano che intitola il disco, una specie di bossa nova. Sono stato fortemente influenzato da autori brasiliani quali Antonio Carlos Jobim e Caetano Veloso: ho scoperto la musica di Jobim soprattutto grazie a una versione della sua "Aguas de Março" eseguita dai Cibo Matto, una registrazione in cui suonai il basso. Ci tenevo proprio ad avere quella vibrazione positiva e solare nel mio album: mentre scrivevo il pezzo pensavo esattamente a spiagge e oceani.

"Home" è una miscela di pop e hard rock, per la quale mi sono concentrato particolarmente sulle armonie; il testo parla della vita insieme a una persona e di come ci si scambiano idee. "Bathtub" collega campionamenti funky a una vera e propria ballad; il testo mi diverte perché è vagamente surreale. "One night" è stata scritta in dieci minuti nello studio durante una pausa dovuta a problemi con il computer. "Spaceship" è heavy rock ma le parti vocali sono molto dolci e vi compaiono strani effetti cromatici. "Photosynthesis" è stata registrata dal vivo con un’intera formazione jazz: è un brano di cui vado particolarmente orgoglioso perché so che non ci sono molti artisti pop disposti a mettere uno strumentale jazz nel loro album d’esordio. "Queue" rappresenta un ripensamento: è stata registrata alcuni mesi dopo le sessions iniziali; tra le mie canzoni preferite di INTO THE SUN, si ispira a Brian Wilson e per essa sono stato aiutato nell’arrangiamento delle voci d’accompagnamento da Andrew Oldham, incontrato per caso nello studio. "Two fine lovers", pezzo pop stile anni Settanta, si riferisce ai miei anni d’immersione completa nella discografia di Stevie Wonder. "Part one of the cowboy trilogy" ha un chiaro legame con la musica country, altro genere che apprezzo parecchio. "Wasted" è un brano da piano bar, un po’ triste, alla Chet Baker. "Breeze", canzone pop sentimentale, è stata realizzata quasi completamente al Tree House, il nostro studio domestico. "Sean’s theme", infine, è una ballad di spirito jazzistico e, forse, il pezzo del disco che preferisco.

Chi ha già ascoltato INTO THE SUN spesso osserva che ci sono vari salti fra rock, jazz e country. Per me, questa è la sua migliore caratteristica".

Sean Lennon

*si ringrazia la Virgin Music per la collaborazione

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