«CREATURA NUDA - Valentina Giovagnini» la recensione di Rockol

Valentina Giovagnini - CREATURA NUDA - la recensione

Recensione del 11 apr 2002 a cura di Gianni Sibilla

La recensione

I giovani di Sanremo di quest’anno sono stati una delusione, come ci è capitato di scrivere facendo la cronaca del Festival. Pochi nomi spiccavano, ed uno di questi era sicuramente quello di Valentina Giovagnini. La sua “Il passo silenzioso della neve” spiccava per differenza in mezzo alla melensaggine diffusa sulla riviera. Non per originalità, ad essere sinceri, perché l’unione tra suoni celtici e architetture “moderne” ed elettroniche non è una novità (si pensi ad Enya). L’interpretazione vocale, quella sì, era notevole per una cantante così giovane.
Bella sfida, quindi, presentarsi con un album: perché una canzone si può anche azzeccare quasi per caso, ma sulla lunga distanza le cose che non funzionano vengono subito fuori. Allora diciamolo subito, a scanso di equivoci: Valentina Giovagnini non è una bufala, “Creatura nuda” è un bel disco.
Si muove sulle stesse coordinate de “Il passo silenzioso della neve”: ritmiche moderne, melodia pop,orchestrazioni celtico-etniche. In alcuni casi si spinge di più su quest'ultimo versante, come nella title track, in altri su breakbeat quasi eccessivi (“il trono dei pazzi”) o sul pop (“Libera”). In altri casi ancora la voce è l’unica, indiscussa protagonista, come nella stupenda “Madrigale”, che è appunto quello che il titolo lascia supporre: un adattamento, per voci sole (tutte della stessa cantante), di un madrigale del 1550, “Ancor che col partire", di Cipriano De Rore).
Il merito del progetto, oltre che della bella voce della Giovagnini è di Vincenzo Incenso, autore dei testi, e di Davide Pinelli, curatore degli arrangiamenti. Un progetto, appunto, con un’idea forte alla base, ben sviluppata, anche se non esente da qualche difetto (il disco suona un po’ troppo piacione in alcuni momenti, e certi ammiccamenti "New Age" alla lunga sembrano eccessivi, come il titolo dello strumentale “Accarezzando a piedi nudi l’erba delle colline di Donegal”). Il disco dura poco meno di 35 minuti, per la cronaca; ma questo, in tempi di sbrodolate sonore da oltre un’ora, è più un pregio che un difetto.

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