«RELEASE - Pet Shop Boys» la recensione di Rockol

Pet Shop Boys - RELEASE - la recensione

Recensione del 10 apr 2002 a cura di Luca Bernini

La recensione

…ebbene, dirò che sono un assiduo di Videomusic che ha ormai quasi completamente sostituito l’accompagnamento radiofonico nei momenti in cui scrivo; e fra i video che in questo momento preferisco ci sono: “A word in spanish” di Elton John; “Domino dancing” dei Pet Shop Boys perché è così “frocio” che mi fa ridere. (PierVittorio Tondelli, Un weekend postmoderno, 1988, pag. 577).

…c’è un volo al JFK/pronto a riportarti a casa da lontano/tutte quelle buie e frenetiche miglia transatlantiche/ oh stanotte mi manchi/oh stanotte vorrei/ che fossi qui con me/ma non ti vedrò fino a quando non tornerai… (Pet Shop Boys, “Home and dry”, 2002)

Gli anni ’80, il technopop, i colori irreali e sgargianti delle magliette, PierVittorio Tondelli, quella parola, AIDS… e i Pet Shop Boys. Oggi come allora, un marchio di fabbrica. Oggi come allora, Neil Tennant – giornalista musicale riconvertito hit maker – e il suo dolce metà Chris Lowe. Oggi come allora, i soliti quattro accordi, che i detrattori più tecnici accusavano essere sempre quelli, in tutte le canzoni del gruppo (e non si sbagliavano). Oggi come allora, gli anni ’80, questa volta recuperando qualcosa – ma è una rivoluzione che dura lo spazio di un singolo, il resto vola alla solita quota – dal rock e dal pop di allora: ascoltate l’incipit di “Home and dry”, con la ritmica dei Police di “Every breath you take” (1983) che sposa la chitarra minimale e sfuggente dei Roxy Music di “Avalon” (1982).
Oggi come allora, i testi, melancolici e permeati da una sorta di romanticismo decadente che è sempre stato il marchio di fabbrica del gruppo, un po’ come l’inquadratura su un profilo che guarda il mondo dalla finestra, mentre fuori piove. Londra, Belfast e Berlino, passando da New York; così lontano, così vicino cantavano gli U2; il mondo dei Pet Shop Boys è velocità e frenesia di comunicare, ma anche suono attutito che rimane fuori da sé. E’ una passeggiata fatta da soli in una via affollata, sfiorati da sguardi assassini, la voglia di ricongiungersi al proprio amante lontano, la solitudine e la consapevolezza di essere soli, una veduta del mondo e delle sue città dall’alto di un aeroplano o dal basso di una stazione di treni, come in “Camere separate” di Tondelli. C’è perfino una love story rimediata di notte a spese di un noto cantante omofobico (leggi Eminem, il brano è “The night I fell in love”) e raccontata con tutta l’ironia possibile e che, probabilmente, farà parlare. Il mondo dei Pet Shop Boys è ancora tutto qui, oggi come allora. Peccato che sia sempre più stanco. E allora dispiace un po’ dire che di questo album si salvano poche cose; il primo singolo, “Home and dry”, “London”, la melensa “E-mail”, “Love is a catastrophe” e proprio “The night I fell in love”, mentre il resto è quansi tutto da dimenticare. Un disco sotto le aspettative, ma per i Pet Shop Boys a questo punto la qualità complessiva non è più così importante: da sempre giocano le loro carte sul terreno dei singoli, e i loro pianeti hanno compiuto il giro completo: Tennant e Lowe, dopo aver resistito 15 anni a se stessi, saranno gli headliner del Sonar 2002 di Barcellona, forse il più grande appuntamento dance del mondo, dove chiuderanno le danze per ragazzini che sono nati più o meno quando loro hanno iniziato a fare dischi, o quasi. Signore e signori, ecco a voi gli anni ’80; in riva al mare, nuovamente sul palco, re per una notte.


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