«KISSIN TIME - Marianne Faithfull» la recensione di Rockol

Marianne Faithfull - KISSIN TIME - la recensione

Recensione del 20 mar 2002

La recensione

Il ritratto più conciso e folgorante glielo serve, su commissione, Jarvis Cocker dei Pulp. “Sono una musa. Non sono una mantenuta. Non sono una puttana”. Già. C’è magari un tocco autocelebrativo e autoreferenziale di troppo, nella succinta epigrafe di “Sliding through life on charm” come nei contenuti complessivi di questo nuovo disco di madame Faithfull, infarcito di richiami a un passato di stravizi, grandeur e frequentazioni colte che appartiene ormai alla mitologia del rock. Ma si fa presto a perdonarla, perché l’icona esistenzialista della musica britannica (e, negli ultimi anni, mitteleuropea) ha conosciuto davvero i bassifondi e i salotti buoni, il glamour e la disperazione nera. Le rughe del tempo e le cicatrici dell’esistenza ne hanno modellato i lineamenti estetici e psicologici trasformandola in una specie di Tom Waits o Nick Cave al femminile: come e più di loro, le esperienze di vita le hanno permesso di raccontare di inferni e paradisi, di perdizione e resurrezione con una credibilità che tuttora affascina e mette i brividi.
Degli illustri colleghi non possiede invece il talento e la continuità di scrittura musicale, e così il successo dei suoi dischi dipende spesso dalle sue scelte di campo e dalla selezione più o meno felice dei collaboratori di cui decide volta per volta di circondarsi. Andò bene, benissimo, con l’Hal Wilner produttore di “Strange weather” (1987) e con il Daniel Lanois di “Vagabond ways” (1999), per non parlare della scioccante rivelazione di “Broken English”, il suo debutto da cantante “adulta” dopo gli hits adolescenziali; assai meno, per esempio, con l’Angelo Badalamenti di “A secret life” (1995), un disco monocorde e intrappolato nelle dense nebbie sonore allestite dall’autore di “Twin Peaks”. Pericolo scampato, questa volta, perché Marianne cambia strategia pescando tra il fior fiore della scena pop-rock d’attualità un cast prestigioso di “guest star” della nuova ora (tutti maschi, ancora una volta: sarà un caso?). Unica eccezione, il “vecchio” Dave Stewart, il più adatto a ripercorrere con lei il viaggio a ritroso di “Song for Nico”: dove si celebra un’altra musa, meno fortunata di lei, e i suoi sodali (Brian Jones, Andy Warhol, Lou Reed: tutti citati per nome e cognome) sulle ali di un nostalgico techno-pop di struggente malinconia. Fin troppa autobiografia, verrebbe da pensare ancora una volta, non fosse che l’intensità emotiva ma misurata dell’interpretazione garantisce autenticità assoluta al risultato finale; accade qualcosa di simile anche nel commosso spaccato familiare di “Like being born” che l’eccentrico Beck riconduce, tra acustici arpeggi e broccati rinascimentali, sulle strade di “As tears go by”, il primo successo firmato Jagger-Richards per una Marianne allora verginale. Il gioco dei rimandi prosegue con la succitata “Sliding”: qui il linguaggio sboccato e provocatorio, servito su un letto di synth e riff glam, è lo stesso della “scandalosa” “Why d’ya do it” di oltre vent’anni fa. Beck porta in dote una sua stupenda ballata, “Nobody’s fault” (ma la sua versione psichedelica, su “Mutations”, resta forse superiore) nonché i suoni robotici dell’ultimo “Midnite vultures” (nella gelida “Sex with strangers”), mentre i Blur di Damon Albarn piazzano l’unghiata più convincente di tutte nella title track, spettrale voodoo-blues elettronico dal groove ipnotico e assolutamente irresistibile (il Moby di “Play” sembra dietro l’angolo). Con il giro di collaboratori abituali (Barry Reynolds, David Courts), la Faithfull si ritaglia l’episodio più “leggero” e minimale del disco, la sincopata “Love & money”, mentre sui binari di un techno-pop incalzante si muove anche “The pleasure song” (con il francese Etienne Daho). E poi c’è Billy Corgan (ex-Smashing Pumpkins) che si rivela, inaspettatamente, il più disciplinato e deferente di tutti, in due ariose ballate elettroniche e nella cover di “Something good” (un hit di Goffin-King per gli Herman’s Hermits, nel 1964) peana solare e naif alle gioie dell’amore giovanile, scelta non a caso come capitolo finale del racconto. Che la Faithfull ci voglia parlare della sua rinascita spirituale e al tempo stesso confermare la sua natura anticonformista sembra evidente. La buona notizia è che, scavando nel passato e con un piccolo aiuto dei suoi amici, sembra aver trovato anche l’elisir di lunga vita musicale.
(Alfredo Marziano)
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