«THE VELVET UNDERGROUND & NICO - Velvet Underground» la recensione di Rockol

“The Velvet Undeground & Nico”, 50 anni dopo

“The Velvet Undeground & Nico” , uno dei più convincenti album di debutto della storia del rock: la storia del disco.

Recensione del 12 mar 2017 a cura di Franco Zanetti

La recensione

Lo so che i puristi si scandalizzeranno: ma che volete farci, tutti i gusti son gusti. E anche oggi, che saranno passati più di 35 anni da quando l’ho ascoltato per la prima volta (sì, va bene: il disco è del 1967; ma nel 1967 ero troppo giovane, e stavo ancora studiando i Beatles. E se ve lo state chiedendo, no: non possiedo il vinile originale con la banana sbucciabile. Nessuno è perfetto...), i pezzi che - risentendo l’album - mi toccano di più sono quelli cantati da Nico (“monella perversa, angelo tenebroso, emette sordi lamenti teutonici, elegante e sinistra, fatale ed elusiva, in tono neutro e vissuto” scrive Piero Scaruffi, e non saprei dire di meglio). “Sunday morning”, che apre il disco con delicati suoni quasi di carillon metallico; “Femme fatale”, strascicata e contagiosa come una febbre virale (cantata a due voci: la versione basilare fu registrata da Lou Reed, poi Tom Wilson sovraincise la voce di Nico); “All tomorrow’s parties”, ideale colonna sonora per un immaginario film porno di Leni Von Riefenstahl, con Nico che sembra declamarla dal palchetto di un cabaret nel quale sia in corso un’orgia plurisessuale (incredibile come la si senta crescere e diventare sempre più cupa e suggestiva nella versione demo - 18 minuti! - contenuta nell’imperdibile cofanetto quintuplo “Peel slowly and see”); e “I’ll be your mirror”, splendida canzone d’amore piena di minacce anziché di promesse.


Ma mi piace ancora, e molto, anche “Venus in furs”, titolo preso a prestito da Sacher-Masoch: con la voce di Lou Reed, già distaccata e quasi assente, didascalica, come la ritroveremo in “Berlin”, e la viola di John Cale che emette lamenti quasi da cornamusa (e quel testo pazzesco, vizioso e perverso: “Lucidi, lucidi, lucidi stivaletti di pelle...”). E mi piace anche “I’m waiting for the man”, benché risulti ormai un po’ consunta dall’uso e dalle riproposte live di Reed. E continua ad affascinarmi la struttura di “Heroin”, che alterna lentezze e accelerazioni quasi evocando la salita del liquido nelle vene stremate del junkie.

Restano invece più lontani dal mio gusto personale gli episodi per certi versi più innovativi e sorprendenti (ancora oggi suonano “troppo avanti”, figuratevi all’epoca dell’uscita): sono le due tracce conclusive, la caotica “The black angel’s death song” e la rumoristica “European son”. Capisco la loro valenza rivoluzionaria, e l’ammiro: ma non riesco a lasciarmene affascinare se non intellettualmente (certo sarebbe diverso se potessi ascoltarle assistendo alle proiezioni psichedeliche che erano parte integrante dell’Exploding Plastic Inevitable Show messo in piedi da Andy Warhol...).

Ci sono anche un paio di episodi minori, intendiamoci: “Run run run” e “There she goes again”, non spiacevoli con il loro beat canzonettistico già obliquo, ma senz’altro non all’altezza delle altre tracce.

Ma nel suo complesso “The Velvet Undeground & Nico” rimane senza dubbio uno dei più convincenti album di debutto della storia del rock. Sarebbe impossibile, in questa sede, inquadrare il disco ampiamente ed esaustivamente nella storia del gruppo: i Velvet Underground sono stati troppo importanti perché sia possibile ridurli a Bignami. Né “The Velvet Underground & Nico” è l’album più rappresentativo della loro poetica musicale, troppo sbilanciato com’è sul “velvet” e non sul “wild side” dalla presenza delle quattro canzoni affidate a Nico (che, non a caso, uscirà subito dopo dalla formazione della band). Ma mi piace consigliarlo come propedeutico, per chi non abbia conoscenza della produzione discografica del gruppo: è abbastanza “facile” (con le due eccezioni di cui ho detto) per risultare accessibile anche - soprattutto - ai non iniziati.

Se poi vi piacesse, permettete (a proposito di gruppi “simil-Velvet”) un suggerimento: provate ad ascoltare “Slumberparty”, album dell’omonimo quartetto femminile uscito l’anno scorso su Poptones. Vedrete che l’apprezzerete quanto il, se non più del, tanto celebrato “Is this it” degli Strokes.



 

TRACKLIST

01. Sunday Morning (02:57)
03. Femme Fatale (02:39)
04. Venus in Furs (05:13)
05. Run Run Run (04:25)
06. All Tomorrow's Parties (06:01)
07. Heroin (07:14)
08. There She Goes Again (02:42)
09. I'll Be Your Mirror (02:16)
10. The Black Angel's Death Song (03:14)
11. European Son (07:57)
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