«UNDER RUG SWEPT - Alanis Morissette» la recensione di Rockol

Alanis Morissette - UNDER RUG SWEPT - la recensione

Recensione del 25 feb 2002 a cura di Gianni Sibilla

La recensione

Una volta qualcuno lo chiamò “il difficile terzo album”: era questo il sottotitolo di “Talking with taxman about poetry” di Billy Bragg. Un cantautore inglese che ha davvero poco a che spartire con la rockeuse canadese in questione, ma uno che ha sempre capito e saputo esprimere come girano le cose nel mondo, della musica e non. Il terzo disco è quello della conferma definitiva: o la va o la spacca, si rischia tutto.
Così la nostra Alanis, dopo aver venduto milionate di dischi con l’esordio pop-rock di “Jagged little pill”, dopo aver fatto un secondo disco un po’ dispersivo e logorroico (ma con diverse buone canzoni) come “Supposed former infatuation junkie”, aveva inizialmente ripiegato sull’espediente “Unplugged” per temporeggiare, capire dove voleva andare a parare, forse per trovare un equilibrio tra i due estremi. Il risultato è questo “Under rug swept”, una via di mezzo tra il primo e il secondo album, appunto.
“Under rug swept” è un disco concettualmente più conciso e a fuoco del precedente, che spesso perdeva la strada della forma canzone a favore di strutture che sostenessero la verbosità dei testi della Morissette. Una caratteristica, quest’ultima, sempre presente nel nuovo album, ma in modo un po’ più moderato. Alanis continua il suo sfogo, focalizzandosi soprattutto sui difetti degli uomini, suo bersaglio preferito dai tempi di “You oughta now” (dubbio del recensore: ma noi uomini saremo davvero la manica di stronzi inaffidabili che sembra di popolare le canzoni della Morissette e presumibilmente la sua vita?). Leggetevi il testo di “21 things I want in a lover”, vera e propria gara ad ostacoli per chi aspiri alle grazie della cantante, “Narcissuss” (dedicata ai figli di mammà) o “Hands clean”. E’ un disco centrato sulle relazioni personali, molto più che il precedente, che era invece influenzato dai viaggi in India per ristabilire la sanità mentale dopo cotanto successo. Quasi tutte le canzoni sono zeppe di “me” e “You” (o meglio “Me”, "You", “You fucking bastard”, come ha suggerito un collega), tranne la conclusiva ed ecumenica “Utopia”.
Anche musicalmente il disco è più essenziale del precedente e per certi versi sembra ritornare alle atmosfere dell’esordio: ritmiche elettroniche o molto secche su cui si innestano chitarre e melodie (“You owe me nothing in return” o “So unsexy”, per esempio). Un gioco già abbondantemente sperimentato in passato, che da sempre i suoi piacevoli frutti.
Insomma, “Under rug swept” è un mezzo passo avanti e un mezzo passo indietro: un disco piacevole, fatto di 11 belle canzoni, ben scritte e ben suonate. Ma allo stesso tempo è un disco che non dice molto di più di quello che già sapevamo sul conto di Alanis Morissette. A voi scegliere quale di questi due aspetti preferire.

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