THE RISE AND FALL OF ZIGGY STARDUST AND THE SPIDERS FROM MARS

Jones/Tintoretto Entertainment Co, LLC (Digital Media)

di Franco Zanetti

Classici dell’estate: ogni giorno riscopri un disco leggendario, con le recensioni storiche di Rockol.

Non credo che questo sia il miglior album di Bowie. Valutando in prospettiva storica la carriera del più eclettico trasformista del rock, considero complessivamente più importanti dal punto di vista dei contenuti musicali lavori come “Diamond dogs” (1974) e “Heroes” (1977). Ma Ziggy Stardust - il personaggio che Bowie inventò come protagonista del disco e del clamoroso tour che nel 1972 praticamente consacrò l’esplosione del glam rock - è senz’altro, di tante maschere indossate dal musicista, la meglio identificabile e quella con la quale egli si è meglio identificato.

Ziggy Stardust è il frontman di una band extraterrestre, la band si chiama The Spiders from Mars, le canzoni del disco ne raccontano l’ascesa e la caduta in uno scenario futuro che assomiglia fin troppo al presente. Un concept album? Mah, non proprio. Sì, c’è una coerenza narrativa, ma la frammentarietà stilistica impedisce di “leggere” il disco dall’inizio alla fine: tutt’altro discorso per lo show (il cui filmato è uscito anche in home video) che era quasi un musical rock, con costumi, pose, movenze e coreografie fra “Rocky Horror Picture Show” e “This is Spinal Tap!”.

La band, comunque, c’è e si sente, nel disco: Mick Ronson (chitarra e pianoforte), Trevor Bolder (basso) e Woody Woodmansey (batteria) fanno un gran lavoro, guidati dalla produzione in studio di Ken Scott. Niente elettronica, niente tastiere, qua e là il sax abbastanza elementare di Bowie: una strumentazione essenziale, grintosa e potente, capace di mettere su ouverture drammatiche come “Five years” e ballad solenni come “Starman”, proto-punk tiratissimi come “Hang on to yourself” e rock’n’roll ultraspeed come “Suffragette City”, e di accompagnare Ziggy-David con efficace discrezione nei momenti più intimistici (“Lady Stardust” e l’emotiva “Rock’n’roll suicide” che chiude l’album).

Curioso, semmai, notare come questo disco, nel tempo diventato simbolo ed emblema del glam rock, non contenga che due brani musicalmente coerenti con quell’estetica: la sfacciata, allegramente sguaiata “Star” e (in maniera meno esplicita) “Ziggy Stardust”. In effetti, il vero glam-album di Bowie sarà il successivo “Aladdin Sane”, mentre l’inno ufficiale del movimento, “All the young dudes”, benché composto e prodotto dallo stesso David, fu registrato e portato al successo dai Mott the Hoople proprio nell’estate del 1972.

Resta il fatto che “The rise and fall of Ziggy Stardust & the Spiders from Mars” (titolo epico e narrativo, indubitabilmente ispirato a “Sgt. Pepper’s Lonely Hearts Club Band”: lo schema, del resto, è lo stesso, quello di un gruppo rock che s’inventa un alter ego) va considerato un disco epocale come pochi altri: la sua influenza ha condizionato la scena musicale per un periodo forse non molto lungo (1972-1975) ma in maniera violentissima e profondissima. Non sempre positiva: ma questo è un altro discorso.

TRACKLIST

01. Five Years - (04:43)
02. Soul Love - (03:34)
03. Moonage Daydream - (04:39)
04. Starman - (04:14)
05. It Ain't Easy - (02:57)
06. Lady Stardust - (03:21)
07. Star - (02:47)
08. Hang On To Yourself - (02:39)
09. Ziggy Stardust - (03:13)
10. Suffragette City - (03:26)
11. Rock 'N' Roll Suicide - (02:58)