«THE PROCESS OF BELIEF - Bad Religion» la recensione di Rockol

Bad Religion - THE PROCESS OF BELIEF - la recensione

Recensione del 07 feb 2002

La recensione

A volte ritornano. Brett Gurewitz torna in seno ai Bad Religion e i Bad Religion tornano alla Epitaph. Lo storico chitarrista e membro fondatore della band californiana rientra nei ranghi dopo aver ormai da tempo superato i problemi personali che lo affliggevano e aver portato con successo alla maggiore età la sua creatura, la Epitaph, mentre i suoi ritrovati compagni, dopo la parentesi su major, riapprodano su quella stessa etichetta (nata con loro e per loro), a suggellare la rinnovata intesa. Un affare di famiglia, dunque, questo “The process of belief”, ma anche il segnale che il profondo legame che univa Gurewitz ai Bad Religion non si è mai davvero spezzato. Un cerchio che si chiude. Un nuovo inizio, forse. Le avvisaglie di un possibile rientro di Gurewitz nel gruppo, dopo ben sei anni di assenza, si erano già avute nel precedente “The new America”, ma la collaborazione tra Brett e la band si era limitata ad un unico pezzo. Greg Graffin, cantante e songwriter - insieme a Brett - aveva confessato, in qualche occasione, di sentirsi un po’ spiazzato nello scrivere canzoni senza l’apporto creativo e il vigile controllo di Gurewitz: anche se in oltre vent’anni di carriera i Bad Religion non hanno mai dato alle stampe un solo disco che non fosse più che dignitoso, la partenza di Brett aveva in parte dissolto la magica alchimia, l’impalpabile armonia e il senso di compiutezza che permeava le canzoni scritte dal duo. Nei dischi del periodo post-Gurewitz (benché gli avvicendamenti nell’organico del gruppo siano stati sempre numerosi), nonostante lo straordinario lavoro svolto da Brian Baker, ex-Minor Threat ed ex-Dag Nasty, si avvertiva una vaga e indescrivibile sensazione di assenza (forse più psicologica che reale: la formula finale, in realtà, era rimasta quasi immutata), tale da non consentire più i vertici di “Suffer “ o “No control”.
Ora Brett è tornato e anche se “The process of belief” non rivoluzionerà, come qualcuno ha detto, i canoni dell’hardcore melodico che gli stessi Bad Religion avevano contribuito a dettare, la sua presenza si fa sentire. Soprattutto nell’entusiasmo e nella smagliante forma che il suo rientro ha regalato al sestetto (ora i chitarristi sono ben tre, manco fossero i Lynyrd Skynyrd!). La sempre felice vena compositiva del duo Graffin-Gurewitz è un fiume in piena. Lo stile chitarristico di Brett e il tipico modo di incrociare il suono della sua chitarra con quella di Greg Hetson, insieme all’inconfondibile timbro vocale di Graffin e alle splendide armonie vocali degne dei migliori Beach Boys, sono stati a lungo il marchio di fabbrica del gruppo. Uno stile inimitabile, ma in realtà copiatissimo, che ha dato vita a una schiera sterminata di epigoni che solo in rari casi si sono avvicinati alle felici intuizioni del modello originale. Perché, è bene ricordarlo, sono stati proprio i Bad Religion i maggiori artefici e creatori di quella matrice sonora che oggi viene comunemente definita hardcore melodico californiano o So Cal punk che dir si voglia. La loro formula a base di melodie travolgenti, solide chitarre tirate a spron battuto e armonie vocali assolutamente perfette, che a dispetto della ripetitività negli schemi è rimasta sempre fresca ed efficace, è stata cruciale nell’evoluzione del punk negli anni ottanta. Certo, molti potrebbero obiettare che la band losangelina è ormai da anni in fase di stallo creativo, ancorata tenacemente al proprio suono come una vecchia quercia al terreno, ma nel caso dei Bad Religion sono sempre state le sfumature a fare la differenza.
E di sfumature “The process of belief” ne può vantare un intero arcobaleno. Dall’introduttiva “Supersonic”, iperaccellerato e urgente ritorno alle radici del genere, alla conclusiva “Bored & extremely dangerous”, più intima e riflessiva, i Bad Religion passano in rassegna due decenni di dedizione alla causa del punk melodico, alternando episodi duri e tirati come “Can’t stop it” e “Materialist “ a tempi più rallentati e articolati come nel caso della splendida e autobiografica “Broken” e di “Epiphany”, pezzo corale e in crescendo, forse uno dei momenti più intensi del disco. Sempre ispirati e mai convenzionali i testi, che prendono le distanze dai vuoti e banali slogan che spesso sviliscono il genere, unendo al consueto impegno sociale e politico anche un non comune istinto poetico.
Un grande ritorno in tutti i sensi, insomma, anche se chi attendeva un disco rivoluzionario resterà un po’ deluso (ma c’è davvero ancora qualcuno che si aspetta un disco rivoluzionario dai Bad Religion?). Peccato solo per l’assenza di Jay Ziskrout, sostituito dal giovane Brooks Wackerman (già con Suicidal Tendencies e Infectious Grooves), dietro alle pelli: la presenza dello storico batterista avrebbe reso la rimpatriata ancora più emozionante. ”The process of belief” è l’ennesima dimostrazione che si può imitare uno stile, ma è il vero talento è un’altra cosa. In questa “cattiva religione” non contano i dogmi, è una questione di “fede”. E quella dei Bad Religion è ancora tra le più salde.

(Stefania V. De Lorenzi)
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