SIGN 'O' THE TIMES

Paisley Park (CDx2)

di Gianni Sibilla

I titoli, nella musica rock, sono evocativi, referenziali, simpatici, ironici, dissacratori, e diecimila altre cose. Poche volte sono rappresentativi del contenuto del disco come in questo caso.
Siamo nel 1987: il trionfalismo degli anni ’80, quello che qualcuno al tempo chiamò “edonismo reganiano” sta subendo i primi colpi. Prince è reduce da un decennio di ascesa quasi costante. Il picco viene raggiunto nel 1984 con “Purple rain” che domina per lungo tempo le classifiche statunitensi. Ma il folletto di Minneapolis è, appunto, una creatura sfuggente e multiforme come la sua musica, crogiuolo di stili e influenze, rivisitazione in chiave moderna delle origini della black music, spesso mitigate con i suoni del rock bianco. Dopo il megasuccesso di “Purple rain”, Prince mostra tutta la sua irrequietezza artistica, rifiutando di capitalizzare quanto ottenuto: i due dischi seguenti sono il pop psichedelico di “Around the world in a day” e l’ecletticità di “Parade”. Il successo continua (quest’ultimo album contiene la stra-nota “Kiss”), ma Prince rifiuta di farsi ingabbiare in etichette e definizioni. E inizia a perdersi nei meandri della sua creatività, un fiume in piena inarrestabile. Si mette a lavorare a due album contemporaneamente, il triplo “Crystal ball” e un progetto da pubblicare sotto lo pseudonimo Camille. Entrambi i progetti vengono abortiti in itinere, ma ogni tanto dal caos nasce qualcosa di fenomenale.
Perché “Sign ‘o’ the times” è un disco caotico: un doppio album multicolore quasi indefinibile. Un disco confuso, come il periodo in cui è stato concepito, ma a suo modo la migliore espressione di un genio assoluto della musica. Cupo e disilluso come la title track (che affronta la crescente paura della “grande malattia dal piccolo nome”, l’AIDS e le pulsioni autodistruzione del genere umane), giocoso come “Play in the sunshine”, sensuale come “Slow love” o mistico e speranzoso come il capolavoro assoluto del disco, “The Cross”.
Questa innarestabile creatività non si cristallizzerà più così bene come in questo doppio disco. Prince, negli anni a seguire si perderà in altri progetti semisegreti (il fantomatico “Black album”), dischi dignitosi (come “Love sexy”) e meno dignitose diatribe con le proprie case discografiche (ree di non comprenderlo: di qui in poi, Prince inciderà ancora con la Warner per qualche anno per poi passare a Emi, Arista e all’autoproduzione) e con i media (l’annosa questione del nome “Prince”). Si farà chiamare con uno strano simbolo (o più semplicemente “Symbol”) o TAFKAP (“the artist formerly known as Prince”), giri di parole per rifiutare un’identità che gli sta sempre più stretta.
A parte i suoi fan, il grande pubblico (e la critica) faticherà sempre di più a capire le sue mosse, spesso davvero bizzarre. Il talento rimane intatto, ma resterà spesso sepolto sotto questa cortina di fumo, o spesso nascosto nelle pieghe di dischi che definire “eclettici” sarebbe un eufemismo.
“Sign ‘o’ the times” è il disco che ha affermato Prince non come un innovatore, ma come uno dei più grandi interpreti della tradizione musicale afroamericana. Se solo riuscisse ancora a trasformare il suo caos in dischi come questo…

TRACKLIST

01. Sign 'O' The Times - (05:02)
02. Play In The Sunshine - (05:05)
03. Housequake - (04:42)
04. The Ballad Of Dorothy Parker - (03:55)
05. It - (05:09)
06. Starfish And Coffee - (02:50)
07. Slow Love - (04:22)
08. Hot Thing - (05:40)
09. Forever In My Life - (03:30)
10. U Got The Look - (03:47)
11. If I Was Your Girlfriend - (05:01)
12. Strange Relationship - (04:01)
13. I Could Never Take The Place Of Your Man - (06:29)
14. The Cross - (04:45)
15. It's Gonna Be A Beautiful Night - Live - (09:01)
16. Adore - (06:31)