«A BRIEF HISTORY - Penguin Cafe Orchestra» la recensione di Rockol

Penguin Cafe Orchestra - A BRIEF HISTORY - la recensione

Recensione del 18 mar 2002

La recensione

Che strana musica, che bella musica faceva l’Orchestra del Caffè del Pinguino... La scoprii grazie alla stima per Brian Eno, alla mania per il collezionismo e alla decisione di investire una cifra consistente nell’acquisto dell’intera collana Obscure Records, che il Cervellone aveva creato poco dopo la sua uscita dai Roxy Music (era il 1975/1976, all’incirca). Dieci album, tutti con copertina interamente nera – “oscurata” - e un solo dettaglio visibile in colore. C’era roba bizzarra, là in mezzo: anzi, siccome ci tengo a essere informativo e completo, vi riporto l’intero dettaglio dell’emissione (prima e ultima) della Obscure. Tanto per la storia.
Obscure No.1
Gavin Bryars, "The sinking of the Titanic".

Obscure No.2
Christopher Hobbs, John Adams e Gavin Bryars, "Ensemble pieces", 1975.

Obscure No.3
Brian Eno, "Discreet Music".

Obscure No.4
David Toop and Max Eastley, "New and rediscovered musical Instruments".

Obscure No.5
Jan Steele and John Cage, "Voices and Instruments”.

Obscure No.6
Michael Nyman, "Decay music".

Obscure No.7
Penguin Cafe Orchestra, "Music from the Penguin Cafe".

Obscure No.8 John White e Gavin Bryars, "Machine Music".

Obscure No.9
Tom Phillips, Gavin Bryars e Fred Orton, "Irma - An Opera".

Obscure No.10
Harold Budd, "The Pavillion of Dreams".

Badate che all’epoca i nomi di Harold Budd, Gavin Bryars e Michael Nyman erano del tutto sconosciuti (e almeno dell’ultimo dovreste aver sentito parlare molto, negli ultimi anni, grazie alla sua attività come autore di colonne sonore). Badate che del Titanic – protagonista dello splendido disco con il numero 1 – non si ricordava quasi più nessuno, venticinque anni fa, pre-Leonardo Di Caprio; e che il lato B di quell’album era interamente occupato da quella “Jesus blood never failed me yet”, canto di un barbone ubriaco che diventò popolare e entrò nella classifica inglese nel 1993 – quasi vent’anni dopo l’uscita del disco originario – quando Bryars lo ripubblicò affidandone il cantato a Tom Waits. Badate insomma che quella coraggiosa e anticonformista emissione di dischi era decisamente creativa e ricca di spunti anticipatori. (E se ve lo state chiedendo: sì, i dieci LP li ho ancora tutti, in ottime condizioni. E no, non penso di venderli. A meno che non vogliate farmi un’offerta che non potrei rifiutare...).
Insomma, torniamo in argomento: Penguin Cafè Orchestra, dicevamo. Era il disco numero 7 della collana, ma fu uno dei primi che ascoltai, attratto da un paio di titoli di canzoni: “From the colonies” e, soprattutto, “Sound of someone you love who’s going away (and it doesn’t matter)”, secondo me il più bel titolo di sempre – e anche il pezzo non era male, anzi. Che musica faceva, questa Orchestra del Caffè del Pinguino, diretta da un tal Simon Jeffes? Lo lascio spiegare a Riccardo Bertoncelli, perché meglio di lui non saprei dirlo: “Un delicato patchwork di suoni acustici, viole violini pianoforte ma anche l'harmonium e l'ukulele, riecheggianti musiche di vecchi caffè viennesi o veneziani senza però mai sussiego - erano sempre aperte le finestre del Cafe e potevano spirarci dolci brezze di country o danze popolari, con quel dolce portamento aggraziato, con l'umile eleganza che sono sempre stati il tratto distintivo del progetto. Bolle di musica, lettere in nitida grafia da un esotico mondo lontano, nel tempo e nello spazio”.
Dell’Orchestra ci accorgemmo in pochini, all’epoca. E restammo pochini (pochi ma buoni, se mi scusate l’orgoglio) a seguirne l’attività, certo non intensiva: otto dischi in tutto, l’ultimo del 1995. Poi nel 1997 Simon Jeffes tolse il disturbo con la discrezione che gli era congeniale: e dopo la sua morte il Caffè non ha più riaperto. Però Arthur Jeffes, il figlio del gestore, ha curato la pubblicazione di un box di 4 Cd (“A history”) che mi piacerebbe tanto possedere, ma al momento non posso permettermi di acquistare. Mi accontento dunque di questo Cd che è un po’ il riassunto del cofanetto: 19 brani, l’ultimo dei quali è “Lullaby”, una ninnananna eseguita dall’Orchestra senza più Simon e a lui dedicata (era inclusa in “Simon Jeffes - Piano music”, un postumo uscito nel 2000). Ci sono cose “facili” – si fa per dire – come “Beanfields”, “Air à danser” e “Yodel”, e cose meno immediate: ma sono tutte belle cose, delicate, leggere, emozionanti. E per chi non ha mai bevuto un tamarindo al Caffè del Pinguino, questo disco sarà un’esperienza rinfrescante. Non privatevene.
(Franco Zanetti)

Tracklist:
“Beanfields”
“Telephone and rubber band”
“Music for a found harmonium”
“Perpetuum mobile”
“From the colonies”
“Giles Farnaby’s dream”
“Surface tension”
“Air à danser”
“Yodel”
“Numbers 1-4”
“Steady state”
“Paul’s dance”
“Prelude & Yodel”
“Heartwind”
“White mischief”
“Dirt”
“Rosasolis”
“Organum”
“Lullaby”
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