«THE GOLDEN ROAD (1965-1973) - Grateful Dead» la recensione di Rockol

Grateful Dead - THE GOLDEN ROAD (1965-1973) - la recensione

Recensione del 08 feb 2002

La recensione

Dodici Cd, 152 brani, oltre 15 ore di registrazioni condite di rarità, inediti dichiarati e tracce nascoste. Sono cifre da kolossal musicale, quelle che i pazienti e mai troppo lodati archivisti della Rhino hanno accumulato per erigere questo monumento di proporzioni gigantesche ai Dead del periodo Warner, primo e artisticamente insuperato capitolo nella produzione discografica del gruppo: numeri giustificati dalla reputazione fuori misura (come dicono gli americani: “larger than life”) che la rock band californiana (ma il termine “rock” è assai limitativo) si è saputa guadagnare, unica nel suo genere, in trent’anni di storia. Con l’abbondanza di live ufficiali (oltre quaranta!) e di CD-R in circolazione tra i fan sparsi per il mondo, c’era da chiedersi se fosse davvero necessario invadere il mercato con una corazzata di queste dimensioni. Ma la risposta è affermativa, senza tema di smentita: la quantità e qualità del materiale incluso (anche dal punto di vista della resa sonora, grazie allo sbalorditivo lavoro di rimasterizzazione compiuto dai tecnici della Rhino), la confezione lussuosa (libretto di oltre 70 pagine riccamente illustrato, copertine originali riprodotte in digipack con abbondanti note di accompagnamento ad opera di firme illustri e protagonisti diretti dell’avventura) e soprattutto l’aggiunta di outtakes e di incisioni dal vivo poco diffuse anche tra i “deadheads” di più stretta osservanza giustificano il gravoso impegno economico richiesto per l’acquisto. Sempre che, si intende, ci si senta pronti a farsi trasportare nella dimensione metafisica di questa musica, sintonizzandosi sulle esoteriche vibrazioni sonore prodotte da quella bizzarra, cangiante, inimitabile creatura musicale che furono i Dead all’apice creativo: un’idra sonora dalle molte teste e dalle virtù enciclopediche, capace di rielaborare in un linguaggio sincretico ed anarcoide le radici rurali del bluegrass, del folk e del country and western come la musica afroamericana (blues elettrico e R&B la fanno da padroni nella primissima produzione del gruppo, quando a fronteggiare la band sono la voce e la ruvida presenza scenica dell’organista/armonicista Ron “Pigpen” McKernan), gettando nello stesso calderone il rock and roll primigenio di Chuck Berry e Buddy Holly, la visionarietà psichedelica di Ken Kesey, lo spirito improvvisativo di Coltrane e l’elettronica avant garde di John Cage.
Il ripasso minuzioso del catalogo Warner ripropone tutto questo con dovizia di particolari e abbondanti note a piè di pagina (registrazioni live contestualizzate nel periodo, scarti di studio e versioni alternative corredano ogni CD con l’aggiunta di “ghost tracks” non segnalate nei crediti): ed ecco allora i Dead dei primi album, quelli di “Anthem of the sun” e di “Aoxomoxoa”, troppo indisciplinati ed ammaliati dai trucchi di registrazione per riprodurre in studio la sfrenata creatività delle esibizioni dal vivo; la svolta epocale di “Workingman’s Dead” e di “American beauty”, dischi cardine, assieme ai primi della Band, nel definire i contorni di quell’estetica rurale e di frontiera che oggi va sotto il nome di “Americana”; i numerosi dischi “live” (occupano metà giusta della produzione qui raccolta) che – a cominciare dagli storici “Live/Dead” e “Grateful Dead” - assai meglio delle prove di studio fotografano i Dead nella loro vera natura di jam band dedita all’improvvisazione e all’intuizione estemporanea. Suoni e dischi noti ai più, ma che riascoltati in sequenza cronologica e in prospettiva storica ingigantiscono la statura artistica e l’eccezionale fluidità musicale della band e del suo “Captain Trips”, Jerry Garcia (“un leader che non comandava”, annota giustamente nel libretto il biografo ufficiale del gruppo, Dennis McNally) oltre a raccontare un capitolo assai importante dell’ “altra” America dei ’60 e ‘70, dedita alle esplorazioni della psiche, al comunitarismo e alla libertà anticonvenzionale come non-metodo di vita e di espressione artistica.
E c’è di più: il materiale inedito o poco conosciuto non risulta, una volta tanto, superfluo, aggiungendo dettagli e particolari illuminanti al filo narrativo della storia. A cominciare dai demo e dai frammenti live contenuti nei primi due dischi del cofanetto, “istantanee” scattate nel momento in cui i cinque membri originali cambiano nome (e suono) da Warlocks a Grateful Dead. I provini di studio che alloggiano nel primo CD, realizzati per conto di “indies” dell’epoca come Autumn Records e Scorpio, raccontano di una band naif ma vivace, dedita al pop di marca californiana come al jingle jangle e al blues (in “Don’t ease me in” affiorano quelle sghembe armonie vocali che diventeranno in seguito un marchio di fabbrica; in “Tastebud” la chitarra di Garcia ha già quel tocco liquido e ipnotico che la renderà inconfondibile negli anni a venire), mentre classici futuri come “I know you rider” e “Cold rain and snow” (entrambi di origine tradizionale) confermano che la band deve ancora trovare il suo ritmo interiore: troppo urgenti e veloci, quando i Dead migliori sono spesso quelli che sanno dilatare scansioni e trame musicali per creare spazio e dare libero sfogo all’estasi contemplativa. Nel live set di questi Dead ancora in fasce giganteggia invece “Viola Lee blues”: dove, dopo quasi cinque minuti di dodici battute canoniche, Garcia lancia la band nella prima di quelle travolgenti cavalcate psico-blues-siderali che tanto e giustamente hanno contribuito alla sua leggenda (una successiva versione di oltre 23 minuti, inclusa a margine del primo, omonimo album per la Warner, porta il discorso alle estreme conseguenze proponendosi come diretta progenitrice delle improvvisazioni destrutturate di “Dark star”).
Il resto, ognuno avrà piacere di scoprirlo da sé: noi ci limitiamo a segnalare, tra le tante “highlights”, una maestosa “Uncle John’s band” dal vivo al Winterland di San Francisco nel dicembre del 1970, una trascinante sequenza aggiunta in coda al doppio CD “Europe 72” e un trio di trascinanti jam strumentali (assai superiori a gran parte del disco “finito”) registrate durante le session di “Aoxomoxoa”, nell’agosto del 1968. Memorabili e fino ad oggi quasi sconosciuti passaggi di quel lungo, strano, esaltante “trip” mentale e sonoro che è stata l’avventura musicale dei Grateful Dead.

(Alfredo Marziano)
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