«SCOOP 3 - Pete Townshend» la recensione di Rockol

Pete Townshend - SCOOP 3 - la recensione

Recensione del 05 feb 2002

La recensione

Solo le maglie del World Wide Web, ultimamente, riescono ad imbrigliare l’attivismo frenetico che si è impossessato - complici proprio le chances aperte dalla rete - dell’(ex?) leader degli Who. Contagiato da una febbre iperproduttiva che lo spinge a pubblicare quantità impressionanti di materiali inediti e d’archivio, in poco meno di due anni Townshend ha messo in circolazione tramite il suo attivissimo sito Internet la monumentale opera rock in 6 CD “Lifehouse”, cinque doppi dischi live e questo nuovo volume della serie “Scoop”, anch’esso articolato in due CD (senza contare ristampe varie). Non bastasse, nei negozi è appena uscito un altro live, documento di una serie di sommesse esibizioni di metà anni ’80 in compagnia dell’arpista e pianista Raphael Rudd. C’è il rischio di fare indigestione: ma vale la pena di correrlo, se una messe così imponente di emissioni serve a gettare nuovi spicchi di luce sui modi compositivi e sulla poliedrica, inquieta personalità artistica di uno dei più grandi interpreti del modulo rock che la storia ricordi. E’ il caso soprattutto di “Scoop 3”, terza incursione tra gli appunti, gli schizzi, le bobine e i DAT accumulati da Pete in decenni di vagabondaggio artistico e spirituale senza soste. Cose da “guardoni” del rock, pedanterie da topi di biblioteca, potrebbe obiettare qualcuno, sottolineando la stesura approssimativa di alcuni “demo”, la velleità di certi esperimenti, la potenza assai superiore sprigionata dal “maximum Rhythm&Blues” di Roger Daltrey e soci ai tempi d’oro. Tutto sacrosanto, tutto vero, ma questo godurioso “peep show” musicale resta uno spettacolo da non perdere per i veri fan: occasione (non più unica, ma sempre rara) di spiare un genio al lavoro dal buco della serratura (e le sue dettagliatissime note tecnico-artistiche di commento sono sempre uno spasso: leggete come descrive l’atmosfera dei celebri Olympic Studios londinesi dopo la ristrutturazione avviata da Richard Branson). Basta tenere conto di qualche piccola avvertenza e controindicazione (non è questo il luogo dove ricercare la perfezione estetica e il meglio della produzione), e anche questo doppio CD, per quanto un gradino sotto ai suoi due predecessori - forse perché più orientato sulla produzione recente, dalle parti di “Iron man” e “Psychoderelict” - non mancherà di riservare ampie gratificazioni. Nel primo disco soprattutto, occasione per rivalutare il dinamismo e la potenza intrinseca ad un pezzo come “Can you see the real me” (d’accordo, la versione di “Quadrophenia” è un’altra cosa, ma Townshend, con la sua vocina acidula, inietta in questo demo un’urgenza altrettanto vitale), ma anche per riscoprire un gioiellino elettroacustico dimenticato come “However much I booze” (stava su “The Who by numbers”) ed apprezzare “I like it the way it is”, elegante e toccante quadretto di pop sinfonico che rappresenta probabilmente il culmine artistico della raccolta: buoni argomenti, entrambe, per chi sostiene che è il dolore ad accendere l’arte migliore, poiché è il Townshend di fine anni ’70, umanamente allo sbando e annegato in torbide nebbie alcoliche, quello di cui qui si parla. Ma al di là delle selezioni migliori (da citare almeno, in conclusione del secondo CD, la trascinante locomotiva R&B di “It’s in ya”, pilotata da una edizione ridotta della sua poderosa live band di metà anni ’80, i Deep End) sono la miriade di intuizioni artistiche, la versatilità stilistica e la curiosità infantile da piccolo chimico con cui il musicista gioca con i suoni ad affascinare. Si tratti di sputare di getto un rockabilly in stile Sun Records (“Dirty water”) o di ripercorrere le orme di Woody Guthrie strimpellando un banjo (“I am afraid”), di celebrare un omaggio devozionale al Meher Baba (“Parvardigar”, qui in una curiosa versione in lingua tedesca) o di dilettarsi nella scrittura pop (la scoppiettante “How can you do it alone?”), di accarezzare ambizioni parasinfoniche (gli studi al sintetizzatore Synclavier che punteggiano qua e là la scaletta) o di esercitarsi nel fingerpicking acustico (la squillante “Collings” sembra quasi uscire dalle corde di Bert Jansch), ogni canzone, ogni parentesi, ogni piccolo frammento vive di una propria, piccola o grande che sia, dignità artistica. E poi, che diamine, due delle sue proverbiali pennate chitarristiche (cfr. “Sea&sand”, “Lonely words”, il demo deragliante di “Tough boys”) scaldano il sangue più di un’intera scarica di riff ad alto voltaggio serviti dai tanti rocker muscolosi ma rammolliti (nello spirito) che irrompono oggi dai video di Mtv.

(Alfredo Marziano)
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