I consensi vengono dai Cracker raggiunti con una miscela di radici americane, pop e black music nella sua accezione più varia, rigorosamente suonata con strumenti vintage senza campionamenti o artifizi tecnologici. Per di più da musicisti che in fatto di rock la sanno lunga: oltre a Lowery (negli anni ’80 leader del gruppo alternative rock Camper Van Beethoven, co-produttore dell’ultimo disco dei Counting Crows) troviamo infatti Victor Krummenacher (anch’egli ex-Camper van Beethoven), l’ex-Mink De Ville Kenny Margolis, l’ex-Del Lords Frank Funaro e Mark Linkous degli Sparklehorse.
Per cui tutto risulta spontaneo e naturale anche in questo nuovo album, offrendo uno spaccato sul rock “made in USA” non scevro di sguardi verso il pop di matrice europea quanto privo di remore anche là dove si ritiene opportuno l’uso degli archi. Questi ultimi fanno infatti da sfondo al pop semiacustico arioso e malinconico dell’introduttiva “Brides of Neptune” come nelle influenze asiatiche di “Superfan” e introducono “Guarded by monkeys”, sebbene quest’ultimo si riveli poi uno dei brani più duri dell’intero disco. L’ascolto di “Forever” ci porta poi a “Shine”, ballata in stile Lenny Kravitz, alla visione del pop sospesa fra i Beatles e i Dexy’s Midnight Runners di Kevin Rowland espressa in “Don’t bring us down” o a quella fra gospel e Rolling Stones che troviamo in “Sweet Magdalena”. Ma anche all’ironico inno d’impronta soul “What you’re missing” (nel quale ogni membro del gruppo ha composto e recitato un verso), a una “Shameless” dalla colorazione decisamente “nera”, fino alla psichedelia acida di “One fine day”, dominata da una chitarra che sembra strappata al Neil Young di “Southern man”.
“Cerchiamo di fare un rock intelligente –ha spiegato ancora Lowery -, ma nel nostro approccio cerchiamo allo stesso tempo di essere egualitari, non elitari, e il divertimento fa parte di questa miscela”. La missione è riuscita ai Cracker ancora una volta e l’ascoltatore non può che apprezzare.