«RAMONES - Ramones» la recensione di Rockol

Dischi leggendari: riscopri 'Ramones' dei Ramones

Classici dell’estate: ogni giorno riscopri un disco leggendario, con le recensioni storiche di Rockol.

Recensione del 30 ago 2019 a cura di Franco Zanetti

La recensione

Nel 1976 dirigevo un negozio di dischi di Brescia. Era un bel negozio grande, su due piani, con uno spazio al pianterreno per la musica classica e tutto un ampio secondo piano per la musica leggera. Avevo, dunque, accesso (gratuito) a tutta la musica che volevo. Il problema era che un po’ della musica che volevo io, in negozio non c’era. Perché io potevo ordinare tutti i dischi che ritenevo utile ordinare, ma le case discografiche italiane, dalle quali il negozio si riforniva, molte delle cose che interessavano a me non le stampavano e non le distribuivano. Così, paradossalmente, pur dirigendo un negozio di dischi, ordinavo dischi per corrispondenza. Li ordinavo per uso personale: li pagavo io, e me li portavo a casa. Però me li facevo spedire in negozio, per comodità.

Il mio pusher era Carù, mitico negozio di dischi di Gallarate. Fu a Carù che ordinai l’album di un gruppo del quale avevo visto una foto sul “Melody Maker” che comperavo ogni settimana all’edicola della stazione. Quei quattro, giubbotti di pelle – ancora non li chiamavamo “chiodi” -, jeans sbrindellati e scarpe da ginnastica, mi avevano incuriosito soprattutto perché avevo letto che si erano scelti il nome rispolverando un vecchio pseudonimo di Paul McCartney (Paul Ramon): e i Beatles, anche se in quel periodo viaggiavo per le strade musicali del glam (David Bowie Lou Reed Mott the Hoople Roxy Music Cockney Rebel...) restavano pur sempre il mio primo amore.
Insomma, ordinai a Carù l’album dei Ramones, e il giorno in cui mi fu consegnato contrassegno lo misi su uno dei due giradischi del negozio, senza minimamente sospettare che musica ne sarebbe uscita.

Partì un giro rock di basso chitarra e batteria, sul quale una voce sgraziata cominciò a scandire “Hey! Ho! Let’s go!”. E bastarono quei primi 33 secondi a inchiodarmi. Quella roba era dinamite. Avevo già ascoltato e apprezzato i primi due album dei New York Dolls – un incrocio fra glam e rock, molto rumoroso e aggressivo – e quindi non ero alieno dal gradire il genere: ma questi Ramones, cazzo! erano fortissimi. Il disco tutto intero durava meno di 29 minuti: 14 canzoni, la più lunga toccava i due minuti e 40 secondi (“I don’t wanna go down to the basement”), la più breve si fermava a un minuto e 32 secondi (“Judy is a punk”: dedicata a due fans della band, conteneva la frase “forse moriranno” che si rivelò profetica quando Judy e Jackie furono vittime di un incidente aereo). Quel pomeriggio, in negozio, feci girare il disco ininterrottamente (la commessa del piano di sotto, quella della musica classica, era costernata: non sapeva come farmi smettere). E parecchi dei “miei” clienti vennero a chiedermi cosa stavamo ascoltando, e alcuni di loro volevano comperare il disco: ma era mio, quel disco, e la RCA italiana ancora non sapeva chi fossero quei quattro newyorchesi, quindi non potevo procurarglielo.

La sera, in radio, non vedevo l’ora di stupire il mio socio e co-conduttore di “Musica obliqua”. Non gli anticipai nulla, e senza nemmeno mettere la sigla appoggiai la puntina sul primo solco dell’album dei Ramones. Non mi aspettavo, da Silvio, niente di meno: a trenta secondi dall’inizio di “Blitzkrieg bop” stava saltando su e giù sulla sedia con la cuffia al massimo volume, dopo un minuto avevamo già deciso che “Blitzkrieg bop” sarebbe diventata, da quel preciso momento, la nostra sigla fissa.

Qualche settimana dopo arrivarono i primi singoli del punk inglese, i Sex Pistols e i Damned e i Vibrators e compagnia sputando: ma i Ramones restarono per sempre nei nostri cuori, nelle nostre orecchie e nella nostra sigla.

Tutta questa lunga sbrodolata autobiografica serve a farvi capire che la recensione che state leggendo non è, e non potrebbe essere, né equilibrata né imparziale. Chi la scrive ha comperato tutti i dischi dei Ramones, li ha visti dal vivo ogni volta che sono venuti in Italia (e non dimenticherà né le gambe divaricate e la testa bassa sullo strumento, portato basso, del chitarrista e del bassista, né la figura allampanata di Joey curvo sul microfono), e considera il 15 aprile – data in cui Joey Ramone ha perduto la sua lunga battaglia contro il cancro – come uno dei giorni più tristi non solo del 2001, ma di tutta la storia della musica rock. Non aspettatevi dunque da me parole sagge da critico: i Ramones sono un gruppo da amare o odiare, e io che li amo vi consiglio di amarli. Perché hanno fatto riscoprire l’allegria della surf music dei Beach Boys, perché hanno fatto rivalutare la semplicità della bubblegum music dei 1910 Fruitgum Company (quelli di “Simon says”), perché hanno fatto riapprezzare la basicità dei Beatles degli anni di Amburgo (non a caso in questo loro album di debutto c’è una cover di “Let’s dance” di Chris Montez, un pezzo che i Beatles avevano nel loro repertorio live), perché hanno ripulito la scena dagli eccessi visuali e costumistici del glam, perché hanno riproposto e riaffermato la formula più efficace della rock band (basso chitarra batteria voce).

E “Ramones”, se non è il migliore degli album del quartetto, è sicuramente quello che meglio ne esemplifica lo stile: direi che è un album “quintessenziale”, ma temo che Joey (e Silvio) sogghignerebbero alla parola. Testi che riflettono la cultura – subcultura? – giovanile statunitense (televisione, surf, fumetti, cartoons, film dell’orrore di serie B – vedi “Chain saw”, che si riferisce evidentemente a “The Texas chain saw massacre”, il cult-movie di Tobe Hooper del 1974), con soggetti che vanno dall’amore romantico (“I wanna be your boyfriend”, “Listen to my heart”) ai vizietti stupefacenti (“Now I wanna sniff some glue”) passando per l’ostilità verso i bambini dei ricchi (“Beat on the brat”; il testo è come segue: “Picchia il marmocchio, picchia il marmocchio, picchia il marmocchio con una mazza da baseball, sì. Che altro puoi fare, con un marmocchio così sempre alle calcagna?”) e l’osservazione delle strade di New York (“53rd & 3rd”, zona di prostituzione giovanile, ma anche “Blitzkrieg bop”: “Si ammucchiano sul sedile posteriore, sollevano nuvole di vapore umido... non so cosa vogliano, ma sono pronti a muoversi”).

Della musica vi ho già detto: veloce, anzi di più, fondata su tre accordi, orecchiabilissima nelle melodie costruite su base quaternaria, apparentemente semplice fino al semplicismo: chitarra e batteria in un canale dello stereo, voce e basso nell’altro (prodotto da Craig Leon, il disco fu registrato in 17 giorni con una spesa complessiva di 6.400 dollari al Plaza Sound Studios: come ricorda Johnny Ramone, “in due giorni abbiamo messo giù tutte le basi, le voci le abbiamo fatte senza sovraincisioni”). Roba grezza, insomma: ma roba autentica, coinvolgente, “divertente”. Come dovrebbe sempre essere il rock. Ecco: “Ramones” è un grande album rock. Se non l’avete, comperatelo. Hey! Ho! Let’s go!

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