«NEVER MIND THE BOLLOCKS, HERE’S THE SEX PISTOLS - Sex Pistols» la recensione di Rockol

Dischi leggendari: riscopri 'Never Mind The Bollocks, Here’s The Sex Pistols' dei Sex Pistols

Classici dell’estate: ogni giorno riscopri un disco leggendario, con le recensioni storiche di Rockol.

Recensione del 26 ago 2019 a cura di Franco Zanetti

La recensione

Se c’è un disco che simboleggia meglio di ogni altro il mutamento di un’epoca, è questo. E più ancora per la copertina che per la musica che contiene: tre colori acidi – verde giallo rosa – un logo in stile collage da lettera minatoria, un lettering scarno: una vera sorpresa, nel 1977, quando il rock sembrava essersi incartato in gatefold sleeves, album tripli e immagini ultrarifinite. Nei loro brevissimi due anni di vita i Sex Pistols, un po’ per merito loro, molto per merito del loro geniale manager Malcolm McLaren, e un po’ per caso fortuito, hanno rivoluzionato la musica popolare, nella concezione e nei contenuti.

In realtà, più che da questo album la forza d’urto dei Sex Pistols fu espressa dai primi tre singoli, “Anarchy in the U.K.”, “God save the Queen” e “Pretty vacant”: durissimi, aggressivi, violenti nei toni e nei testi, sghignazzanti, irriverenti (specialmente il secondo). L’attacco di “Anarchy” resta uno dei momenti topici del rock del secolo scorso (“I am an Antichrist, I am an anarchist...”), anche se è con il secondo singolo che i Sex Pistols dichiararono a tutte lettere il proprio essere anti-sistema. Ammesso che lo siano stati davvero, contro il sistema, e che – abilmente guidati da McLaren – non fossero invece, forse inconsapevolmente, assolutamente “dentro” il sistema, nel quale il manager li muoveva con grande sagacia situazionista.

Già “Holidays in the sun”, il quarto singolo, sembrava aver perso qualcosa della dirompente irruenza degli esordi. Ma questo album, che contiene i quattro lati A dei primi quattro 45 giri (mancano i lati B: nell’ordine “I wanna be me”, “Did you no wrong”, “No fun” e “Satellite”), è il compendio della Sex Pistols Story (c’è anche, come ultima traccia, la virulenta “E.M.I.”, sberleffo alle peripezie discografiche della band (che, non a caso, si chiude con la voce di Johnny Rotten che bercia “goodbye A&M” – l’altra etichetta che licenziò il gruppo – e chiude spernacchiando).

Un compatto muro di suono, opaco e distorto (scusate se insisto: meglio ascoltarlo dal vinile) nasconde l’incompetenza tecnica dei musicisti – il chitarrista Steve Jones, il batterista Paul Cook, i due bassisti (Glen Matlock solo nel primo singolo, poi Sid Vicious) – che però non ne limita l’entusiasmo e la grinta scoordinata; sopra ogni altra cosa spicca la voce sguaiata di Johnny “Rotten” Lydon, che strascica le vocali, sputa le consonanti ed esprime splendidamente quell’attitudine “we don’t care” che è stata la vera, grande forza di una band così perfetta da sembrare inventata (e forse lo è stata davvero, inventata e costruita a tavolino: ma tanto bene da assurgere a simbolo dell’intero movimento punk).

Il bello di “Never mind the bollocks...” sta anche nel suo essere, in effetti, l’unico album ufficiale dei Sex Pistols degli anni Settanta non postumo. Dopo lo scioglimento del gruppo, fra colonne sonore, bootlegs e live semiufficiali, la discografia dei Pistols è diventata confusa e sovrabbondante. Nel 1996, a seguito di un reunion tour (“just for the money”, disse con totale sincerità Lydon) è uscito “The filthy lucre live”: 15 brani registrati dal vivo,dodici dei quali sono esattamente quelli di questo album, e gli altri tre sono “Did you no wrong”, “Satellite” e “Steppin’ stone”. A proposito: esiste una versione in vinile di “Never mind the bollocks...” con un tredicesimo pezzo, “No fun”. Chi per caso l’avesse, se la tenga stretta.

TRACKLIST

02. Bodies (03:03)
03. No Feelings (02:50)
04. Liar (02:42)
06. Problems (04:11)
07. Seventeen (02:02)
08. Anarchy In The UK (03:32)
09. Submission (04:13)
10. Pretty Vacant (03:17)
11. New York (03:05)
12. EMI (03:11)
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