«GRACELAND - Paul Simon» la recensione di Rockol

Dischi leggendari: riscopri 'Graceland' di Paul Simon

Classici dell’estate: ogni giorno riscopri un disco leggendario, con le recensioni storiche di Rockol.

Recensione del 28 ago 2019 a cura di Gianni Sibilla

La recensione

Prima metà degli anni ’80: la vita di Paul Simon –uno dei più grandi autori della musica americana- è un disastro: ha appena divorziato dalla moglie, il suo ultimo disco “Hearts and bones” (1983) è stato un flop. Il disco verrà in seguito rivalutato almeno criticamente, ma Simon è al punto forse più basso della sua onorata carriera.
“Nell’estate del’1984, un amico mi diede una cassetta di un album intitolato ‘Gumboots: accordion jive hits, volume II’ - scrive lo stesso Simon nelle note di copertina di “Graceland- Sembrava vagamente rock ‘n’ roll degli anni ’50 della scuola Atlantic, canzoni basate su tre accordi. (…) La strumentazione (fisarmonica, basso, batteria, chitarra elettrica) e il nome dell’etichetta (Gallo Records) mi fece intuire che ‘Gumboots’ probabilmente non era stato inciso da una band americana o inglese”. Infatti quelle canzoni erano il suono della “township jive, la musica di strada di Soweto, Sudafrica.
Da quella cassetta Paul Simon ebbe l’intuizione che cambiò la sua vita musicale e che lo elevò forse al punto più alto della sua carriera solista. L’intuizione fu quella di registrare le sue canzoni con gruppi sudafricani per fondere due suoni diversi, dando vita a qualcosa di nuovo ed inedito.
“Graceland” è un disco americanissimo nel titolo (è il nome della casa-museo di Elvis Presley, a cui è dedicata la title-track, il brano più “tradizionalmente” anglosassone), ma sudafricano come impostazione e cronologia: le 11 tracce sono state riportate nell’ordine in cui sono state incise con alcuni gruppi presenti in “Gumboots”. Il titolo della raccolta a sua volta è diventato anche quello di una canzone, una di quelle più significative di questo mix di suoni. Simon è andato a scoprire musicisti che in seguito hanno avuto una certa notorietà anche in occidente, come il gruppo vocale Ladysmith Black Mambazo (presente in “Homeless”), mettendo in gioco la propria cultura. Brani come “Crazy love vol.II” o la divertente “You can call me Al” sono più orientate verso suoni americani, mentre “That was your mother” o la già citata “Gumboots” sono dirette discendenti del Jive sudafricano.
Il disco, peraltro, non generò soltanto rose e fiori (quelli della critica, che lo salutò come un capolavoro). Simon venne aspramente criticato da più parti per avere infranto l’embargo verso il Sudafrica, che in quel periodo era stato isolato dalla comunità internazionale per le ben note politiche di “apartheid”. Una critica sterile, perché la grande opera di “Graceland” (e anche del tour che ne seguì, in cui furono coinvolti diversi artisti presenti nel disco) fu quella di dare voce alla musica nera del Sudafrica, non di sostenere la segregazione razziale.
Simon, in seguitò, ripetè l’idea, andando in Brasile a registrare “The rythm of the saints”: per quanto quest’ultimo sia comunque un bel disco, la vetta di “Graceland” rimane ineguagliata. E’ un opera che ha aperto la strada alla contaminazione tra mondi sonori diversi e apparentemente lontani, ben prima che la world music diventasse un fenomeno di moda.

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