«MOTHERLAND - Natalie Merchant» la recensione di Rockol

Natalie Merchant - MOTHERLAND - la recensione

Recensione del 29 nov 2001

La recensione

Natalie Merchant e T-Bone Burnett: una delle più belle voci americane con uno dei migliori produttori rock. Non poteva che venirne fuori qualcosa di speciale, e così è stato. Il risultato è, appunto, “Motherland”, terzo disco solista dell’ex-10.000 Maniacs, co-prodotto dall’uomo che ha lanciato Counting Crows, Wallflowers, Los Lobos, resuscitato la carriera di Elvis Costello in un momento difficile (produsse “King of America” nel 1986) e riportato alle antiche glorie Roy Orbison (“Black and white night”, inciso con Springsteen, Tom Waits, Tom Petty ed altri).
La carriera della Merchant è stata tutta un saliscendi: con i 10.000 Maniacs ebbe notevoli successi, non sempre commisurati alla qualità delle canzoni (un folk-pop contraddistinto da scelte di arrangiamento non sempre azzecattissime, opera del compianto Rob Buck, scomparso lo scorso anno). Da solista esordì con quel piccolo capolavoro che era “Tigerlily”, più cantautorale ed intimista. La seconda prova fu il concept-album “Ophelia”, decisamente meno riuscito, parzialmente riscattato da “Live in concert”.
Questo “Motherland” è la prova più matura della Merchant: le scelte musicali, sempre improntate verso atmosfere intimiste, sono più coraggiose e spaziano da riferimenti alla musica araba (l’orientaleggiante inizio di “This house is on fire”, che si trasforma poi in un reggae), al rock pop alla 10.000 Maniacs (“Tell yourself” e “Just can’t last”, canzoni che non sfigurerebbero nel repertorio dei R.E.M. di dieci anni fa), al folk (la title-track, costruita su acustica e fisarmonica), alla musica nera (“Build a levee”). Eppure, questa varietà suona omogenea: è sicuramente merito della mano di Burnett, espertissimo nel creare impasti sonori pressoché perfetti, variegati e coerenti, e nel dare il giusto spazio alla voce nel panorama sonoro.
E’ un disco maturo anche tematicamente, bilanciato tra i temi personali di “The worst thing” “Tell yourself” e”Not in this life” e la critica sociale di canzoni inconsciamente profetiche: “This house is on fire” (scritta a proposito della “rivolta” di Seattle) e la title-track sembrano quasi pensate per gli eventi post 11 settembre. Eppure il disco, dedicato alle vittime di quell’infausto giorno, è stato terminato il 9 settembre, come dichiarano le note di copertina.


(Gianni Sibilla)
Segui Rockol su Instagram per non perderti le notizie più importanti!

© 2020 Riproduzione riservata. Rockol.com S.r.l.
Policy uso immagini

Rockol

  • Utilizza solo immagini e fotografie rese disponibili a fini promozionali (“for press use”) da case discografiche, agenti di artisti e uffici stampa.
  • Usa le immagini per finalità di critica ed esercizio del diritto di cronaca, in modalità degradata conforme alle prescrizioni della legge sul diritto d'autore, utilizzate ad esclusivo corredo dei propri contenuti informativi.
  • Accetta solo fotografie non esclusive, destinate a utilizzo su testate e, in generale, quelle libere da diritti.
  • Pubblica immagini fotografiche dal vivo concesse in utilizzo da fotografi dei quali viene riportato il copyright.
  • È disponibile a corrispondere all'avente diritto un equo compenso in caso di pubblicazione di fotografie il cui autore sia, all'atto della pubblicazione, ignoto.

Segnalazioni

Vogliate segnalarci immediatamente la eventuali presenza di immagini non rientranti nelle fattispecie di cui sopra, per una nostra rapida valutazione e, ove confermato l’improprio utilizzo, per una immediata rimozione.