«CUTTIN' HEADS - John Mellencamp» la recensione di Rockol

John Mellencamp - CUTTIN' HEADS - la recensione

Recensione del 23 nov 2001

La recensione

Parlare di cuore e di America a cinquant’anni, mescolare l’amore con i problemi sociali e suggerire che solo il primo risolverà i secondi; utilizzare un genere e un timbro musicale tanto genuini da oscurare, a tratti, la grande qualità che li sostiene ma talmente autentici da rendere credibile la posizione dell’artista sui suoi temi preferiti, quelli che hanno fatto la tradizione del rock and roll. Questo è ciò che John Mellencamp fa nel suo ultimo album, l’ottimo “Cuttin heads”.
La title track è un killer. Non perché ci si aspetta che occupi la programmazione radiofonica statunitense (anzi, direi che sfida la sorte, in questo senso…) ma perché narra la storia trita e ritrita di una coppia mista alle prese con il razzismo contro la gente di colore rendendola, però, straordinariamente contemporanea. A Chuck D – che ne è co-autore insieme anche a Kyle Jason - è affidato il “ponte” del brano ed il suo rap, che interviene dopo un’apertura ed un coro gospel e su un tessuto sonoro che ricorda da vicino i Rolling Stones grazie all’amalgama dei riff da chitarra elettrica, è potentissimo, cattura l’attenzione, chiede rispetto: il “frontman” dei Public Enemy si scaglia contro l’uso della “n-word”, la parola con la enne, quel “nigga” che tanti suoi colleghi hip-hopper sono spinti a utilizzare “come campagna di marketing” per avere successo ed alla quale augura la morte (“…perché io collego quella parola al dolore…. Come fanno a sorridere mentre la pronunciano?”).
Il tono scelto da Mellencamp per questo disco è naif, da manifesto: messaggi chiari, a tratti crudi, a tratti dolci, consegnati su una musica ruvida e festosa, come sempre senza compromessi ma eseguita come meglio non si potrebbe. Sono almeno dieci anni che il rocker dell’Indiana non fatica a circondarsi dei migliori musicisti in circolazione ed ottenere da loro un suono bello sporco, il grimaldello per ogni lirica, la sensazione piacevole di una jam improvvisata sul terrazzo di casa. L’autorevolezza dell’artista emerge anche dalla disinvoltura con cui nei suoi pezzi, attraversando i generi, possono convivere chitarre elettriche e acustiche, organo Hammond e violino, flauto e mandolino; il tutto, sia chiaro, grazie a una ritmica dall’efficacia sconvolgente (Steve Jordan alla batteria è un grandissimo).
Non c’è più spazio per l’ipocrisia, secondo Mellencamp: d’accordo le parole, ma conta il fare (“siamo stufi del politically correct”, grida in “Peaceful world”, duettando con India.Arie), altrimenti finiremo tutti alla deriva. L’ironia e il candore, al contrario, sono i benvenuti, sia quando si parla di temi alti – è il caso dell’affresco dedicato al suo Paese, “Crazy island”, in cui quattro strofe sono sufficienti a cogliere il senso, l’anima, il destino la debolezza e la forza dell’America – sia quando l’argomento è il rapporto uomo-donna, o il sesso come in “Women seem”, la meno confessionale tra le canzoni d’amore che puntellano “Cuttin’ heads”.
Cantore della “heartland” come ormai pochissimi altri, John Mellencamp ha realizzato un album di “roots music” pregiatissimo, senza affidarsi alla ribellione, alla rabbia ed alla protesta che poco si confanno ad un autore della sua età, ma raccontando con obiettività ciò che vede. Scegliendo di mettere a nudo con saggezza e riflessione contraddizioni e difetti suoi e dell’America (in un connubio inconscio indissolubile), l’artista rivendica per sé stesso e per il suo ambiente l’antica purezza.

(Giampiero Di Carlo)
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