«ECHOES - THE BEST OF PINK FLOYD - Pink Floyd» la recensione di Rockol

Pink Floyd - ECHOES - THE BEST OF PINK FLOYD - la recensione

Recensione del 19 nov 2001

La recensione

Liofilizzare in due piccoli dischetti digitali un’epopea trentennale, dalle prime timide apparizioni sul palco dell’Ufo Club londinese ai mastodontici tour autocelebrativi degli anni ’90, non era impresa da poco. Votata anzi quasi ineluttabilmente al fallimento (non commerciale, certo, quanto “artistico”), se lo scopo era quello di fornire un quadro esauriente e bilanciato dell’intero tragitto percorso in tutto questo tempo dalla leggendaria band inglese.
Consci forse del pericolo, i componenti dell’ (ex) quartetto (Roger Waters compreso, e con il solo Syd Barrett escluso dai giochi per i noti motivi attinenti alla sua instabilità mentale), hanno scelto allora un’altra strada, costruendo in collaborazione con il produttore James Guthrie una scaletta che rispondesse a logiche interne di coerenza e di consequenzialità musicale piuttosto che a criteri oggettivi e cronologici di selezione. Non è la prima volta che accade, nei processi di ricapitolazione storica del rock: e non è questa neppure la prima occasione in cui il doveroso rispetto per le scelte che i musicisti operano sul proprio materiale si scontra con qualche perplessità nell’ascolto. Il fatto è che i Floyd non sono Dylan o Neil Young, né Van Morrison o gli Stones, artisti che nel corso di carriere ultratrentennali – scandite, ci mancherebbe, da conversioni e cambi di rotta, crisi e resurrezioni – hanno mantenuto identità musicale e percorsi sostanzialmente coerenti. Con gli ex liceali di Cambridge le cose, si sa, sono andate assai diversamente, e diventa difficile reggere un filo comune che intrecci la surreale e fragile psichedelia degli esordi con l’elefantiasi ipertecnologica delle ultime produzioni, gli sperimentalismi di fine anni ‘60 con le imponenti architetture sonore e concettuali della rock opera “The wall”. Contraddizioni che emergono subito, all’inizio del primo CD, quando subito dopo il febbricitante space rock di “Astronomy domine” e la filastrocca stralunata di “See Emily play” irrompono le squadrate battute funkeggianti e i celeberrimi cori infantili di “Another brick in the wall (part 2)”: se ne ricava l’impressione che accostare il Syd Barrett di “The piper at the gates of dawn” e dintorni al Roger Waters di “The wall” sia un po’ come mettere a confronto sullo stesso ring un peso piuma e un peso massimo, velocità ed estro contro furore e potenza. Altre volte il gioco dei contrasti, amplificato dalla scelta di montare i brani uno addosso all’altro senza soluzione di continuità, produce accostamenti meno dissonanti, e anche funzionali allo scopo di restituire dignità e valore alle ultime, opache prove di studio: succede ad esempio nella sequenza che vede le liquide chitarre di “Marooned” (breve frammento strumentale estratto da “The division bell”) introdurre l’estasi gospel di “The great gig in the sky”, sempre emozionante a dispetto delle violenze subite in anni di sfruttamento indiscriminato da parte di programmatori televisivi di ogni sorta; nessuno però - nemmeno gli stessi Floyd - ci toglierà dalla testa che un album come “The dark side of the moon” (il più lucido studio di Waters sui temi dell’alienazione e della follia umana) richieda di essere avvicinato come un unico corpo musicale per essere apprezzato pienamente.
La prospettiva che gli artisti conservano sulla propria produzione discografica è inevitabilmente diversa da quella del fan e dell’osservatore esterno, e questo rende conto di certe scelte francamente meno condivisibili: come quella di dedicare fin troppo spazio alla produzione ingessata degli anni ’90 snobbando completamente album magari imperfetti ma dotati di indiscutibile valenza “storica” come “Ummagumma” e “Atom heart mother” (un tentativo di Gilmour di ripescare almeno “Fat old sun”, ha raccontato il chitarrista in una recente intervista, è stato bocciato dal resto della band). Spiace anche la parsimonia nell’elargire materiali rari (come già scritto in sede di presentazione dell’album, non si può considerare davvero tale la peraltro poco memorabile “When the tigers broke free”, outtake da “The wall” presente finora solo nella versione cinematografica e in VHS dell’opera). Detto dei difetti e degli aspetti discutibili dell’operazione, c’è da aggiungere che l’ascolto di “Echoes” non manca di regalare soddisfazioni e buone vibrazioni, sia che ci si ponga dall’ottica del fan che da quella del consumatore meno smaliziato: il primo potrà almeno consolarsi con lo splendore delle rimasterizzazioni digitali e con la suggestiva copertina, ricca di autocitazioni, firmata da Storm Thorgerson, leggendario grafico di fiducia del gruppo; i secondi gioire per l’opportunità di procurarsi con una spesa tutto sommato modesta epiche mini-suite del calibro di “Shine on you crazy diamond” (le cui due sezioni, separate nella versione originale dell’album “Wish you were here”, ritrovano qui un logico abbinamento) e della title track (sedici minuti e mezzo di dolcissimo, ipnotico oblìo lisergico) e bizzarre pop song come “Money” e “Arnold Layne”, prima incisione di studio del gruppo sotto la guida di Joe Boyd. E’, quest’ultimo, uno dei numerosi omaggi ai Floyd della prima ora (uno dei quali, “Bike”, chiude il doppio CD) e dunque all’estro sghembo e poetico di Syd Barrett: scelta, questa sì, pienamente condivisibile dal punto di vista artistico ed umano.

(Alfredo Marziano)
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