«DRAGONTOWN - Alice Cooper» la recensione di Rockol

Alice Cooper - DRAGONTOWN - la recensione

Recensione del 30 nov 2001

La recensione

Spesso nel rock’n’roll la coerenza – da molti scambiata, erroneamente e con scarso senso della prospettiva, per cronica latitanza di nuove idee o per un precoce sintomo di demenza senile - è una merce rara. Al principe delle tenebre Alice Cooper, nonostante qualche passato - e clamoroso - scivolone, sembra non essere mai mancata. Si sta parlando ovviamente del personaggio Alice Cooper e non del tranquillo signore ultracinquantenne, tal Vincent Furnier, che ama trascorre gran parte del suo tempo libero sui campi da golf come un brizzolato capitano d’industria.
Certo, qualcuno potrà obiettare che da qualche anno gli album di questa singolare versione rock di Dr Jeckill e Mr Hyde sono un po’ come le lattine di zuppa Campbell: per i detrattori solo un famoso “marchio di fabbrica” che nasconde un’insapore minestra riscaldata di dubbia qualità, per gli estimatori un rito rassicurante e sempreverde che resta appetibile in virtù dell’indiscusso talento del suo creatore. Ma, nonostante il tempo che fugge impietoso e i trend musicali che si susseguono secondo le più bieche previsioni di Andy Warhol – che auspicava un futuro in cui saremo tutti famosi per quindici minuti - Alice Cooper rispunta puntualmente da qualche girone infernale, carico di miasmi sulfurei, di melodie oscure e di riff forgiati a suon di maglio per riportare in terra il verbo del rock più empio, scellerato e satanico che memoria mortale ricordi.
Naturalmente lo fa alla sua maniera, fedele unicamente al proprio dogma musicale messo a punto ormai più di tre decadi fa. Forse in modo non del tutto impermeabile allo “zeitgeist”, che vorrebbe anche le leggende del passato piegarsi a pericolose evoluzioni senza rete nel circo del nu-metal, ma tutto sommato abile nell’iniettare una vigorosa dose di ritmiche industriali, ossessive e martellanti e di gusto molto moderno, sul corpo caldo e vibrante della tradizione rock’n’roll. Non stupisce dunque questo “Dragontown”, terzo capitolo della trilogia iniziata con “The last temptation” e proseguita con “Brutal planet”: l’ultima fatica dell’alter-ego di Mr. Vincent Furnier è, ancora una volta, un’ode alle oscure forze del male che dominano l’esistenza umana –ode non elogio, sia chiaro - a cominciare dalla canzone che dà il titolo all’album, “Dragontown” appunto, lugubre, lenta danza delle ombre, seguita a ruota da una strisciante “Sex, death and money”. “Fantasy man”, un brutale rock’n’roll anthem con una sequenza di cori pronti a far tabula rasa della poca materia grigia rimastaci e che sembra rispuntato fuori dalle session di “Hey Stoopid”, spiana la strada a “Disgraceland” torrido heavy psychobilly pervaso dalla bizzarra presenza di un Elvis da operetta, mentre “Sister Sara” ibrido tentativo di rap-metal incatenato a una melodia cupa e velenosa lascia, senza troppi rimpianti, il posto all’immancabile ballata dark “Every woman has a name”. Chiude la partita “The sentinel” brandello di nera poesia popolato da funeree apparizioni, dopo che “It’s much too late”, ironica pop song di sapore beatlesiano, ci aveva fatto pensare che Alice volesse congedarsi col sorriso pacato di Vincent… Niente da fare, salutiamo il Dr Jeckill e diamo il bentornato a Mr Hyde!

(Stefania V. De Lorenzi)
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