«GODDESS IN THE DOORWAY - Mick Jagger» la recensione di Rockol

Mick Jagger - GODDESS IN THE DOORWAY - la recensione

Recensione del 16 nov 2001 a cura di Gianni Sibilla

La recensione

“Con quella bocca può dire ciò che vuole”. Era lo slogan di una vecchia pubblicità di Carosello, potrebbe essere anche quello del nuovo disco solista di Mick Jagger. Che, detto per inciso, è una delle voci più importanti del rock ma da solista ha spesso mancato il bersaglio: eccezion fatta per “Wandering spirit” (disco dignitoso prodotto da Rick Rubin), le precedenti prove fuori dagli Stones (“Primitive cool” e "She’s the boss”) non erano certo memorabili.
La storia si ripete con questo atteso “Goddess in the doorway”. Mick è un personaggio unico (leggetevi l’intervista di Rockol per farvi un’idea), la sua voce e le sue capacità interpretative non si discutono. Le canzoni di questo album, quelle sì, sono spesso discutibili.
Il problema principale è che questo quarto disco è frutto di un lavoro patchwork, a cui hanno partecipato alcuni tra i nomi più importanti del firmamento rock: Bono, Lenny Kravitz, Pete Townshend, Wiclef Jean, Rob Thomas (Matchbox 20) e almeno sei produttori diversi. Ciò che ne viene fuori è una raccolta di 12 buoni brani, accomunati da diversi accenni al lato spirituale della vita (ecco alcuni titoli: “Dio mi ha dato tutto”, “Dea nel corridoio”, “Visioni del paradiso”, “Gioia”, “Regole nuove di zecca”). Canzoni che, però, sarebbero potute essere stupende se fossero state pensate con un po’ più di omogeneità. Prendete “Joy”: cantata in coppia con Bono, impreziosita dalla chitarra di Pete Townshend. Uno dice: con tre nomi del genere, sarà da urlo. Invece è semplicemente una gran bella canzone, che avrebbe potuto essere invece un capolavoro. Notevole anche il singolo “God gave me everything”, rokcaccio scritto e suonato da Lenny Kravitz che, per una volta, non fa rimpiangere la chitarra di Keith Richards. Sono poi presenti diverse concessioni a suoni “diversi” come il reggae/hip-hop di “Hideaway” (si sente la mano di Wyclef Jean) o la disco con chitarre elettriche di “Gun”, che ricorda vagamente “You spin me round” dei Dead Or Alive, insieme a più classici rock o ballatone come “Brand new set of rules” o “Don’t call me up” (cantata “alla Dylan”, con le vocali strascicate). Ma, appunto, tutto questo risulta troppo “diverso” e disomogeneo.
Da uno come Jagger ci si può e deve aspettare qualcosa di più: la voce è quella di sempre (con quella bocca può dire ciò che vuole, appunto, e ne verrebbe fuori comunque una bella canzone), ma alcune scelte lasciano un po’ perplessi.

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