«THE LOOK OF LOVE - Diana Krall» la recensione di Rockol

Diana Krall - THE LOOK OF LOVE - la recensione

Recensione del 17 nov 2001

La recensione

Perfetta. Semplicemente perfetta. La copertina del disco, e le foto interne all’album ce la raccontano lunga su di lei, su cosa vuole e come arrivarci. Abito da sera nero, chioma fluente, scarpa fetish e piede nudo, un accenno di seno in fuori ma non troppo - siamo nel jazz e non su Playboy - aria intrigante e trasognata: Diana Krall è anzitutto una top model, sulla copertina del suo disco. Poi capita anche che sia un’interprete e una pianista jazz. Di grande talento, dicono. Visto che nel 1999 ha vinto un Grammy, deve essere vero. Visto che ha lavorato alle musiche di un film di Clint Eastwood, deve essere vero. Visto che la sua casa discografica, la Verve, le ha costruito intorno un gruppo con il quale incidere un brutto album è praticamente impossibile (Russell Malone, Christian McBride, Peter Erskine, Paulinho Da Costa, Dori Caymmi) e le ha affiancato un produttore di sogno (Tommi LiPuma, il re Mida del jazz patinato e più fusion oriented, già mentore di George Benson), deve essere vero per forza. Dal momento che Bill Clinton, ai tempi Presidente degli Stati Uniti, le ha addirittura inviato una lettera scritta su carta intestata (che emozione vederne una fotocopia qui sul mio tavolo, con su scritto “The White House, Washington”!) e firmata a mano («Cara Diana, congratulazioni per aver vinto il Grammy per la migliore performance jazz cantata! Sono molto contento per te. Amo vedere artisti che ammiro essere riconosciuti per il loro talento. Sei bravissima! Continua così. Tuo Bill Clinton»... hai capito, Mr President...lo avevano sempre detto che era un presidente rock, del resto: vabbé, questo è jazz, ma insomma, è il pensiero che conta...), evidentemente questa Diana Krall deve essere una che merita davvero. Tranciando la cortina d’immagine, già abbastanza poderosa, e calandosi nella pura musica di questo album, non si può non riconoscere a Diana Krall il fatto di essere la persona giusta al momento giusto. E’ bella, è brava, è ben consigliata; a lei più che a ogni altro può riuscire l’impresa di risollevare le quotazioni del jazz da camera, sospeso tra la nostalgia dei Radio Days e la brezza fredda che percuote le camminate dei mille singles, persi nel loro autunno a New York. Poi, cosa del tutto da non sottovalutare, Diana Krall parla del jazz la lingua semplice e immediata di chi sa che per dare valore a una bella canzone spesso non c’è altro da fare che lasciarla bella com’è, magari aggiungendoci qualcosa di proprio che non ne offuschi la magia. Sembra niente, ma oggi è (quasi) tutto: gli standards di Diane Krall sono perfetti nella loro mancanza di guizzi interpretativi, di virtuosismi, di esagerazioni: sono le canzoni fatte e finite, pulite di ogni accessorio, pronte a sopravvivere nel tempo, a deliziare chi le ascolta in casa, in una mattina natalizia, o in una serata trascorsa in un jazz club. Per fare un paragone su quanto sia importante e cruciale un approccio del genere, ricordo che qualche mese fa era uscito un altro album di standards interpretati da un’altra (brava) interprete, Jane Monheit: l’album si intitolava “Come dream with me”, e proponeva un’ottima scelta di materiale. A differenza di questo, però, quel disco era troppo condizionato dai virtuosismi vocali della sua interprete, che alla fine risultava fastidiosa e sicuramente toglieva lustro e intensità a grandi classici del genere (stiamo parlando di “Over the rainbow”, “I’m through with love”, “Blame it on my youth”, “Spring can really hang you up the most”, non di bruscolini). Se Diana Krall sia la nuova Ella Fitzgerald, come pomposamente titolano i giornali americani - quando si dice saper portare acqua all’industria... - forse è un po’ presto per dire; di certo le manca quello swing, almeno su questo disco. Ma quello che Diana Krall ha capito e ha messo in mostra su “The look of love” è più che sufficiente per farla andare avanti a lungo, con successo e probabilmente con tante altre lettere firmate da ammiratori illustri.

(Luca Bernini)
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