«GLITTER - Mariah Carey» la recensione di Rockol

Mariah Carey - GLITTER - la recensione

Recensione del 19 set 2001

La recensione

Sarà che l’animo sordido e un po’ bastardo del giornalista si incrina di fronte alle sfighe dei personaggi dello showbiz, fatto sta che l’esaurimento nervoso di Mariah Carey e il suo conseguente crollo nelle quotazioni di mercato me l’hanno resa più simpatica. Lo scoprire che buona parte della crisi, a giudicare dalla stampa scandalosa e scandalistica, derivi dalla fine del suo rapporto con il cantante confidenziale latino Luis Miguel, già idolo di milioni di “chicos” italiani ai tempi di quando i mulini erano bianchi (ricordate sicuramente il suo immortale incipit “Noi, i ragazzi di oggi, noi...”, una sorta di profezia Ramazzotti), me l’ha fatta scendere ancora di più dal piedistallo per farla approdare quasi alla porta di casa (di fatto, la mia vicina di pianerottolo si lamenta delle stesse cose, anche se il suo lui non si chiama Luis Miguel). Bene, fatta della facile ironia sulle vicende della burrosa Mariah, sotto con la recensione del disco, che onestamente mi sembra molto meglio di molta paccottiglia melensa e “fintofunkosa” da lei pubblicata in passato. Merito del progetto cinematografico di cui questo disco è in un certo senso la colonna sonora - progetto su cui sapete già tutto grazie alle sapide cronache contenute nella sezione news (vedi news) - che probabilmente restringe il raggio delle proposte musicali, ma “Glitter” sembra un disco molto a fuoco, attento a rendere omaggio alla musica degli anni d’oro della discomusic ereditandone atmosfere, mirror ball e voglia di divertimento. Prodotto dalla stessa Mariah con la premiata ditta composta da Jimmy Jam e Terry Lewis, newyorkese nelle ambientazioni di copertina e in quelle musicali in modo quasi stridente con la realtà attraversata oggi da quella città, “Glitter” ci ricorda i tempi dello Studio 54, l’era della discomusic virata funk, l’elettricità che circola nelle strade e nei locali della Grande Mela. Mariah si tiene stretta con i lentazzi, inanellandone due che sono piccoli capolavori di genere (“Lead the way”, più bello, e “Reflections (care enough)”, già più normale ma pur sempre pregevole), mentre “Never too far” è una pericolosa ricaduta nella melassa passata. Il resto è musica uptempo, fortemente in debito con il funk di Prince (“Didn’t mean to turn you on”), con l’hip hop newyorkese (vedi la cover di “Last night a DJ saved my life”, arricchita dall’intervento di Busta Rhymes, Fabulous, DJ Clue) e con sonorità a cavallo tra fine anni ’70 e inizio anni ’80, che rimandano ai tempi d’oro di Michael Jackson e del suo epigono Rockwell, di Prince e del suo epigono Georgio e di tanta dance music di allora. C’è anche il ripescaggio di un eroe di quei tempi, Larry Blackmon dei Cameo, dal repertorio dei quali è campionata la “Candy” che fornisce base e sostanza all’hit single del disco, “Loverboy”. Blackmon è presente nel nuovo edit del brano con la sua immortale frase “strawberies, raspberries, all those good things...”, regalando ai vecchi fans dei Cameo il sogno di ritrovarlo in azione a oltre 10 anni di distanza dalle sue ultime cose (un ripescaggio di lusso, quello di “Candy”; l’altro hit dei Cameo, “Word up”, era già stato riciclato in diverse salse qualche anno fa). Insomma, pur tenendo presente che si tratta pur sempre di un album di Mariah Carey, “Glitter” è addirittura scoppiettante se paragonato a “Rainbow” e, più in generale, ai suoi lavori precedenti. Più che una colonna sonora, un disco vero e proprio, e forse sarà meglio considerarlo così, visto lo scarso successo del film...

(Luca Bernini)
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