«FIDUCIA NEL NULLA MIGLIORE - Moltheni» la recensione di Rockol

Moltheni - FIDUCIA NEL NULLA MIGLIORE - la recensione

Recensione del 31 ott 2001

La recensione

Le tensioni nervose, che nascono “come fungo muto” dalla lenta e placida malinconica di Moltheni, si sono fatte ancora più forti e nevrotiche; come se nel precedente “Natura in replay” qualcosa fosse trattenuto, in “Fiducia nel nulla migliore” l’insofferenza e la rabbia vengono rilasciate di colpo come un elastico, con violente distorsioni che si rivoltano contro l’ascoltatore come un cane rabbioso. La fiducia che Moltheni ripone nel “nulla migliore” non è né fredda, né rigida, ma duttile come creta che si adatta, plasmandosi di continuo, intorno alle parole surreali che si snodano tra la strumentazione classica dove convivono, perfettamente, le sonorità dure delle chitarre elettriche e quelle gentili del violoncello e del sitar. Moltheni, forse perché la sua natura si è evoluta, o semplicemente perché la sua grande ambizione lo ha spinto a farlo, si è allontanato definitivamente dalle voci che lo volevano troppo legato alla voce vibrante di Carmen Consoli e alle sue composizioni capricciose, per avvicinarsi al rock degli Afterhours di Manuel Agnelli e aprire una nuova finestra sul mondo. Prodotto da Jefferson Holt, ex manager dei R.E.M., e registrato da Chris Stamey e Mitch Easter negli Stati Uniti, “Fiducia nel nulla migliore” è sicuramente meno diretto del suo predecessore, senza però perderne l’espressività. Nessuno, forse con un pizzico di presunzione, si fida di se stesso tanto quanto Moltheni, che del disco ha concepito i testi, le atmosfere dilatate e la grafica: un semplice logo che è stato tracciato sulla carta pensando alle copertine degli album dei Germs, Guttermouth e Queens Of The Stone Age, dove i segni bianchi su sfondo nero sono simbolo di speranza, non di sfiducia. Basta ascoltare un qualsiasi testo di quelli dei quattordici brani del disco per sentire, fisicamente, la ricerca interiore alla quale Moltheni è andato incontro; forse con un po’ di paura, certamente con quella grande curiosità che lo caratterizza. Moltheni questa volta va ascoltato a lungo, prima di essere assorbito. Ma il tempo, per un artista che riesce ad urlare parole così incisive e drammatiche, fin quasi a fargliene perdere significato, non è certo sprecato.

(Valeria Rusconi)
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