«DOWN TO EARTH - Ozzy Osbourne» la recensione di Rockol

Ozzy Osbourne - DOWN TO EARTH - la recensione

Recensione del 25 ott 2001

La recensione

Chi oggi punta il dito scandalizzato e sorpreso in direzione dell’efebico signore del male Marilyn Manson ha la memoria corta. Prima, tanto tempo prima, l’appellativo di anticristo, di satanico adepto delle tenebre e di perverso corruttore di giovani menti era stato affibbiato - e per ragioni ben più sinistre e morbose delle teatrali performance a base di croci rovesciate o delle dichiarazioni scioccanti costruite ad arte – a un certo Ozzy Osbourne. Con la differenza che, se nel caso di Manson si può avere il sospetto di trovarsi di fronte ad un abile manager di se stesso, per quanto riguarda Ozzy la leggenda è spesso sconfinata nella realtà. La fama di satanista, di psicopatico con manifeste tendenze suicide e omicide (valga per tutte il tentativo di strangolamento della moglie e manager Sharon), di depravato accusato di crudeltà verso gli animali (ricordate la storia del pipistrello e delle colombe a cui mozzò la testa a morsi?) e di alcolista votato all’autodistruzione lo insegue fin dai tempi dei Black Sabbath e non lo ha ancora abbandonato, nonostante i chiari tentativi di “ripulirsi” e di lasciarsi alle spalle l’intero vocabolario di appellativi luciferini.
Oggi mister Doppia O, come lo chiamano affettuosamente i fedelissimi, è un uomo diverso, relativamente tranquillo (così appare nelle tracce video contenute nel CD, tra le quali vi è anche un raro filmato dello scomparso amico e chitarrista Randy Rhoads), ma ancora ben determinato a portare avanti la sua visione torbida, oscura ed estrema del rock. Se il precedente “Ozzmosis”, uscito nell’ormai lontano 1995, aveva lasciato qualche traccia di amaro in bocca e il timore che Ozzy avesse esaurito la propria vena creativa nonostante i ripetuti patti col diavolo, “Down to earth” è un liberatorio sospiro di sollievo. Dopo aver galleggiato nella stratosfera, tra reunion dei Sabbath, album tributo e puntuali edizioni dell’Ozzfest, Ozzy torna sulla terra ad indicare la via alle legioni di fan in trepidante attesa.
La danse macabre si apre con una memorabile “Gets me through”, accorato appello a scoprire un Ozzy differente, se non nella forma sicuramente nella sostanza, in cerca di una nuova identità, stanco di essere considerato sempre e soltanto la personificazione del male, ormai ridotta a caricatura di se stessa. Il che non significa affatto abbandonare l’insana passione per le atmosfere apocalittiche: la seguente “Facing hell” è una scossa tellurica, greve e maestosa nel suo incedere poderoso, capace di far scendere istantaneamente l’oscurità anche in una torrida giornata d’agosto. L’incubo si scioglie però velocemente nell’atmosfera malinconica della sognante ballatona spezzacuore “Dreamer”, brano che fa il paio con la suggestiva, anche se un po’ mielosa, “Running out of time”. Si torna a far sul serio con “No easy way out” e “That I never had”, brani “classici” in cui svetta la generosa presenza di Zakk Wylde, capace di tessere trame chitarristiche muscolari e al tempo stesso vischiose come una ragnatela, tornato sui propri passi e decisamente a proprio agio in compagnia del “vecchio” Ozzy. Il ritmo si rallenta nuovamente nella brevissima “You know”, solo una fragile scheggia introduttiva alla successiva “Junkie”, episodio tutto sommato incolore anche se non del tutto privo di sinistro fascino. Il pezzo forte arriva sulle note intossicate e malevole di “Black illusion”, magmatica e incalzante, ancora una volta sostenuta dai riff granitici di Wylde e dell’ex-Suicidal Tendencies Rob Trujilo al basso. Le conclusive “Alive” e “Can you hear them?” non si spingono oltre i territori già esplorati, ma mettono in luce l’ottima penna del songwriter Ozzy Osbourne quando si tratta di dar corpo a melodie decadenti.
Anche se “Down to earth” poco aggiunge (ma, rovesciando completamente la prospettiva, poco toglie: gli ingredienti base ci sono tutti e ben amalgamati) a quanto già ampiamente detto in precedenza, la sua brutale onestà può regalare qualche attimo di intenso godimento, soprattutto laddove Ozzy prende atto con una punta di ironia e di auto compiacimento che non si sfugge facilmente al proprio destino. L’angelo caduto si sarà pure redento, ma di certo non ha sostituito il metallo rovente di una chitarra con le corde di un arpa…

(Stefania V. De Lorenzi)
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