«IF YOU'VE NEVER BEEN - Embrace» la recensione di Rockol

Embrace - IF YOU'VE NEVER BEEN - la recensione

Recensione del 24 ott 2001

La recensione

Non è poi così scontato che siamo sempre tutti alla ricerca della perfezione. E non è detto che sia la perfezione - lei e lei sola - ad affascinarci e attrarre la nostra attenzione. “If you’ve never been” non è un album perfetto. E’ registrato molto in fretta e la produzione non è certo faraonica. Per distinguere bene le canzoni l’una dall’altra bisogna ascoltarlo almeno tre volte; la prima tutto scorre in un flusso indistinto, niente in particolare colpisce l’orecchio.
Nei grandi negozi di dischi è possibile mettersi in piedi davanti a una colonnina e in cuffia, brano dopo brano, ispezionare velocemente i suoni di un album. Ecco: con “If you’ve never been” quest’operazione non darebbe grandi soddisfazioni. Il terzo lavoro degli Embrace è uno di quei dischi che amano farsi cercare e scoprire un po’ alla volta, a rischio di perdersi per la strada gli ascoltatori più superficiali. Il suo vero atout: è più pulito del (pur affascinante) “The good will out”, in cui gli archi usati con troppa generosità quasi non lasciavano spazio per respirare. E allo stesso tempo è più maturo di “Drawn from memory”, interessante ma un po’ sotto tono.
“If you’ve never been” rappresenta a tutti gli effetti il punto di svolta degli Embrace, prima di tutto simbolicamente, perché si tratta del terzo lavoro del gruppo. E poi praticamente. Qui i fratelli McNamara suonano non perché abbiano qualcosa da dimostrare, ma perché hanno qualcosa da dire: la distinzione è importante.
Scendendo nel dettaglio, gli Embrace (già il nome lo suggerisce) funzionano meglio nelle ballate che nei pezzi up-tempo che per fortuna sono la minoranza. Non si vergognano di dire quello che pensano nel momento esatto in cui lo pensano: “Over”, lunga e riflessiva, sarebbe una canzone adatta a chiudere un album - e invece qui è la prima della tracklist, e chi se ne importa. Per il resto la voce di Denny svetta sugli strumenti, e - pure - sembra aver trovato una sua dimensione: nessun giochino furbo o sfoggio di abilità non richiesto, ma un timbro deciso e mai troppo urlato. Qua e là qualche sorpresa speciale: in “I hope you’re happy now” spuntano suoni cari ai fan di Simon & Garfunkel, mentre “If you’ve never been in love with anything” dal punto di vista concettuale è probabilmente la canzone-manifesto del gruppo, e dal punto di vista musicale è un bell’omaggio ai Beach Boys. “Satellites”, decima e ultima canzone, è intensa anche se (proprio perché?) quasi sussurrata, e crea un’atmosfera positiva e un’aria da “saremo tutti salvi, alla fine”. L’unico dispiacere, al risuonare delle note di chiusura del brano, dipende dal fatto che il disco è già finito. Del resto, qualcuno crede ancora che si possa avere tutto?
(Paola Maraone)
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