«THE ARGUMENT - Fugazi» la recensione di Rockol

Fugazi - THE ARGUMENT - la recensione

Recensione del 18 ott 2001

La recensione

Quasi quindici anni di attività, un seguito mondiale di rispettabili dimensioni, una politica discografica fieramente estranea al mainstream: basterebbe questo a fare dei Fugazi una band notevole. Al di là dell’ammirevole coerenza con un’idea prevalentemente etica del punk, il fatto cruciale è che il gruppo di Ian MacKaye e Guy Picciotto è capace di grandi cose dal punto di vista musicale. Lo conferma in modo perentorio “The argument”, uno dei migliori dischi rock ascoltati quest’anno. Per chi già conosce i Fugazi, l’album non porta particolari rivoluzioni stilistiche: ci sono i consueti intrecci di chitarre elettriche, la ritmica compatta e inventiva di Brendan Canty e Joe Lally, il gusto di alternare momenti pacati ed esplosioni rumorose. Senza uscire dalla consueta area d’azione, la band allinea alcune delle sue canzoni più riuscite in assoluto, dimostrando che è possibile partire dall’aggressività del punk per puntare verso qualsiasi direzione, senza snaturarsi. Le buone notizie arrivano subito, dopo una breve introduzione strumentale senza titolo, con “Cashout”, che ha tutte le carte in regola per diventare un classico nel repertorio dei Fugazi: una linea di chitarra semplice e frammentaria e una strofa quasi sussurrata che si sviluppano in un assalto urlato. Se molti gruppi sembrano impegnati principalmente a riciclare in tutti i modi possibili la stessa idea, MacKaye e soci trovano invece abbastanza spazio in una canzone per infilarci tutto quello che possono senza perdersi nella confusione. Basta prendere un pezzo come “Strangelight”: altri avrebbero usato la progressione finale, sinistra e carica di tensione, per dare origine a un altro brano. I Fugazi invece la usano semplicemente come chiusura strumentale di una canzone memorabile. Altrettanto riuscita è la conclusiva “Argument”, costruita su una parte di chitarra che piacerebbe parecchio ai Radiohead e si chiude con un bell’intreccio di distorsioni e urla. E tutto il resto del lavoro non è da meno, così come il singolo che esce in contemporanea con “The argument” e contiene tre pezzi non inclusi nell’album (altro che brano portante e una sequela di tediosi remix o di scarti irritanti, come si usa fare adesso): “Furniture” in particolare farà felici quelli che aspettavano da tempo una nuova “Waiting room”. Chi pensa che non esistano più grandi gruppi ha una buona occasione per cambiare idea.

(Paolo Giovanazzi)
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