Come "Kingsize": un album a cui - in apparenza - non manca niente, e che è persino piacevole (a patto che riusciate a sopportarne le dolcezze a tratti esagerate). E a cui - in realtà - manca tutto: perché a quanto pare oggi i giovanissimi, un tempo target d'elezione della boy band, ascoltano il nu metal di Limp Bizkit e il rock duro di Staind e Linkin Park, o almeno questa pare sia la tendenza. Così "Kingsize" non va al numero uno nemmeno in patria, in Inghilterra, e in Italia vende pochissimo (né i Five si preoccupano troppo di fare promozione, cancellando all'improvviso la partecipazione al Festivalbar).
Detto ciò, se avete voglia di ascoltare ad alto volume una musica simil-romantica, questo è il disco che fa per voi: il pop sofisticato e rivestito di elettronica di "Kingsize" non ha niente da invidiare a nessuno. I Five cercano di convincere il mondo che sanno cantare, e intrecciano voci e cori con discreta abilità ("Let's get it on"). Giocano a fare i duri in "Hear me now", un po' più aggressiva degli altri brani. Mettono in testa al disco la canzone più riuscita, "Let's dance", e anche questa è saggezza. Si abbandonano alla nostalgia in "Rock the party", dal musical "Grease" (sigh, reinterpretazione non troppo riuscita). E, infine, fanno i ragazzi cresciuti in "We're going all night", storia di un amplesso infinito (beati loro) virata rap-dance. Tirando le somme, qui ci sono sedici brani prodotti con dignità, a testimonianza delle ultime fasi di vita di un gruppo che se n'è andato. Lasciando in bocca, in fondo, un pizzico di malinconia: che sia davvero finito il tempo delle band allo zucchero filato?
(Paola Maraone)