«A FUNK ODYSSEY - Jamiroquai» la recensione di Rockol

Jamiroquai - A FUNK ODYSSEY - la recensione

Recensione del 20 set 2001

La recensione

Il signore dai piedi veloci e l’aria di credere nella magia è tornato, e con lui i suoi buffi cappelli con le estremità ornate da campanellini: riconoscete il tintinnìo all’inizio del primo brano di «A funk odyssey»? Analizzando il quinto album dei Jamiroquai - ovvero di Jay Kay, ex re dell’acid jazz londinese, ex underground deejay, ex fidanzato della bella Denise Van Houten - due riflessioni s’impongono. La prima: il leader della band ha sempre avuto in mente di compiere un percorso simile a questo in quanto l’operazione è troppo riuscita per non essere frutto di un’attenta programmazione. Jay Kay aveva in mente cioè di scrivere pezzi sempre più funk e sempre meno sperimentali; ha fortemente voluto raffinarsi sempre più per piacere un po’ a tutti, mescolando canzoni eccellenti ad altre un po’ anonime ma non dannose; desiderava insomma trovare un equilibrio perfetto tra tradizione e innovazione, e con "Funk odyssey" c’è riuscito. Seconda riflessione e corollario della precedente: quest’album suona un po’ (troppo) come i precedenti. Deve farlo: ne trae linfa e vi attinge di continuo, essendo non solo un disco ma anche il prodotto di un marchio di fabbrica, e come tale avendo l’obbligo della riconoscibilità.
Detto ciò (e per rimanere in tema di copricapi), tanto di cappello a Jay Kay, che grazie anche all’avvento del nuovo chitarrista-compositore Rob Harris riesce a infilare una dietro l’altra dieci canzoni che assieme fanno effettivamente un buon album. Si comincia con «Feel so good», un pezzo disco-funky dalla struttura salda che si dilunga troppo. Avanti con «Little L», che in un disco di buoni sentimenti come questo sfigura un po’: qui Jay Kay se la prende con una donna «che urla troppo» e fa altre cose spiacevoli (lui nega che si tratti della Van Houten), ma se il testo è un po’ cupo la musica non lo è affatto, anzi. Se il terzo brano, «U give me something», fosse uscito negli anni 80 sarebbe senz’altro diventato una hit, almeno nell’ambito della discomusic; ed è un buon lavoro anche «Corner of the earth», con la sua intro spagnoleggiante, che assomiglia un po’ alla versione bossanova di «Virtual insanity». Bella (e buffa) è «Stop don’t panic», con le sue chitarre a metà strada tra Prince e i Red Hot Chili Peppers e il ritmo allegro, un po’ rockabilly. Ma se gli arrangiamenti di «Love foolosophy» sono così morbidi che potresti appoggiarci sopra la testa come su un cuscino, e lasciarti cullare dai suoni in attesa di quello che verrà, proseguendo scopri che «Black crow» è una ballad stanca, a cui mancano molte cose (tipo l’anima, per esempio) e che «Main vein» è un pezzo troppo debole per essere ricordato a lungo. Pazienza? Certo, anche se una (piccola) ulteriore delusione è data da «Twenty zero one», in cui Jay Kay azzarda timidi esercizi strumentali alla Prodigy senza però spingersi fino in fondo (e sopra ci mette una voce, la sua, che non c’entra proprio nulla). Ci si consola con «Picture of my life», il brano che chiude l’album, dolce e vicino alle atmosfere brazil. Notevoli anche i testi, in cui Jamiroquai dichiara (sarà vero?) di aver capito che le numerose Ferrari in suo possesso non fanno la felicità. Azzarda infatti un bilancio della sua vita, e scopre di non poterlo tracciare come vorrebbe: «Non so chi sono, non so cosa farò... sono diventato uno che non possiede nulla, e se scomparissi nessuno ci farebbe caso. Così, per piacere, se appena t’importa qualcosa di me, puoi mandarmi una fotografia della mia vita con una lettera che mi spieghi cosa avrei dovuto fare di diverso?»


(Paola Maraone)
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