«THE TIKI BAR IS OPEN - John Hiatt» la recensione di Rockol

John Hiatt - THE TIKI BAR IS OPEN - la recensione

Recensione del 21 set 2001

La recensione

Chi scrive è fermamente convinto che i 30-60 secondi iniziali di un disco siano spesso più rivelatori dell’intera opera. Non vogliamo scendere in estremi alla Nick Hornby, tipo “nominate i 5 migliori/ più significativi minuti iniziali di un disco”. Ma il nuovo John Hiatt potrebbe rientrare in un’ipotetica classifica del genere, per il significato simbolico dell’inizio del suo nuovo lavoro. Che segue a meno di un anno di distanza quel capolavoro acustico che fu “Crossing muddy waters”, ennesima rinascita di questo cantautore-fenice. E che si apre, in “Everybody went low”, con 15 secondi di schitarrate acustiche, seguite dall’entrata prepotente, quasi eccessiva, della chitarra elettrica. Appunto. Hiatt è tornato alla sua vecchia passione, il rock. Quasi indispettito di essere riemerso all’attenzione con un disco acustico, ha voluto sottolineare questo passaggio: “vi ricordate il disco precedente? Bene, eccone 10 secondi e poi dimenticatelo”.
Non fraintendiamoci, “The Tiki bar is open” è un disco che pesca a piene mani nelle radici di Hiatt; il blues, il cantautorato rock (“My old friend” ha un’attacco che sembra rubato a Springsteen), la ballata, la musica americana tout-court. C’è pure la sperimentazione semi elettronica della lunga e conclusiva “Farther stars”. Ma il tutto è inciso con l’ottica della band, in questo caso i Goners, con cui venne già registrato il buono “Slow turning” (1988). Insomma, un disco radicalmente diverso nell’approccio, per ricordare al pubblico che l’Hiatt vero è questo, non quello di “Crossing muddy waters”.
Il verdetto? Paradossalmente Hiatt rende di più con una semplice chitarra acustica che con una band alle spalle ( a meno che i comprimari non si chiamino Jim Keltner, Ry Cooder e Nick Lowe, ovvero la band con con cui venne inciso quel capolavoro di “Bring the family”; e, pur con tutto il rispetto, i Goners non ci si avvicinano neanche lontanamente). Va detto, le canzoni non mancano anche su questo lavoro–ma non è una sorpresa: Hiatt è scrittore di razza. Quello che manca, però, è proprio la sopresa, la mossa che non t’aspetti. Questo è un gran bel disco, meglio di molte cose fatte in passato, ma comunque un disco di maniera, che suona più come reazione al passato prossimo che come opera autonoma. Da uno come Hiatt ci si può aspettare qualcosa di più, “Crossing Muddy waters” docet.

(Gianni Sibilla)

Tracklist:
“Everybody went low”
“Hangin’ round here”
“All the lilacs in Ohio”
“My old friend”
“I know a place”
“Something broken”
“Rock of your love”
“I’ll never get over you”
“The Tiki bar is open”
“Come home to you”
“Farther stars”
Segui Rockol su Instagram per non perderti le notizie più importanti!

© 2020 Riproduzione riservata. Rockol.com S.r.l.
Policy uso immagini

Rockol

  • Utilizza solo immagini e fotografie rese disponibili a fini promozionali (“for press use”) da case discografiche, agenti di artisti e uffici stampa.
  • Usa le immagini per finalità di critica ed esercizio del diritto di cronaca, in modalità degradata conforme alle prescrizioni della legge sul diritto d'autore, utilizzate ad esclusivo corredo dei propri contenuti informativi.
  • Accetta solo fotografie non esclusive, destinate a utilizzo su testate e, in generale, quelle libere da diritti.
  • Pubblica immagini fotografiche dal vivo concesse in utilizzo da fotografi dei quali viene riportato il copyright.
  • È disponibile a corrispondere all'avente diritto un equo compenso in caso di pubblicazione di fotografie il cui autore sia, all'atto della pubblicazione, ignoto.

Segnalazioni

Vogliate segnalarci immediatamente la eventuali presenza di immagini non rientranti nelle fattispecie di cui sopra, per una nostra rapida valutazione e, ove confermato l’improprio utilizzo, per una immediata rimozione.