«FIATO CORTO - Stefano Dall'Armellina» la recensione di Rockol

Stefano Dall'Armellina - FIATO CORTO - la recensione

Recensione del 11 ago 2001

La recensione

Ecco un altro di quei ragazzi trentenni dalla buona penna e dalla lunga gavetta, schedabile per comodità in quella categoria “cantautori” che anni e anni fa era richiestissima dalle case discografiche e che ora fa fatica a fare dischi.
Stefano Dall’Armellina, se si eccettua un album autoprodotto di vari anni fa, è al suo esordio discografico dopo due vittorie al Premio Recanati, una delle quali con “Fiato corto”, il brano che dà il titolo a questo disco. Che è più che valido, giocato tra una limpida vena melodica e una certa padronanza di scrittura sul piano dei testi.
Si avvale di arrangiamenti scarsamente innovativi ma morbidi ed eleganti, forse con qualche eccesso di batteria elettronica, ad opera di Gilberto Martellieri, nome piuttosto noto tra gli addetti ai lavori per aver collaborato con vari artisti nostrani, in ultimo con Roberto Vecchioni, che, non a caso, offre la propria voce in uno dei pezzi del disco, “Shepenn”. Il fatto poi che la produzione esecutiva sia di Ester Paglia, che è l’impresario, per dirla con un termine ormai in disuso, dello stesso Vecchioni, fa tornare i conti e capire come mai a Dall’Armellina è stata data l’occasione di fare un disco e soprattutto di vederlo decentemente promozionato, che ad altri è negata.
Lui l’occasione fa di tutto per non perderla. Ci mette di suo una voce perfettamente adeguata (che, fra l’altro, ricorda un po’ nel timbro quella di Amedeo Minghi), canzoni di ottimo livello, che hanno dalla loro espressività, mancanza di banalità e contemporaneamente orecchiabilità, volendo anche radiofonica.
L’esempio della già citata title-track è il più significativo da questo punto di vista. C’è una strofa che sa creare attesa in vista di un inciso netto e solido che entra sotto la pelle e nella testa. Uno di quei ganci che possono fare la fortuna di un autore.
Dall’Armellina si caratterizza dal punto di vista letterario per un certo intimismo lontano dai luoghi comuni. Da “Hombre” al brano di chiusura “A qualcuno” (voce e pianoforte) tutti i titoli godono di una certa fertilità di scrittura, forse anche perché (come accade a molte opere prime) selezionati da un repertorio costruito in anni e anni di molte canzoni e di nessun disco. L’unico pericolo per il cantautore veneto è che, essendo in bilico verso il pop, non caschi dentro a quello più becero nel prossimo disco.

(Francesco Casale)
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