«BEAT EM UP - Iggy Pop» la recensione di Rockol

Iggy Pop - BEAT EM UP - la recensione

Recensione del 28 lug 2001

La recensione

Iggy Pop torna a ledere i nostri padiglioni auricolari ripercorrendo il sentiero del rock più istintivo, grezzo e primordiale. Chi lo conosce sa benissimo che nulla di prevedibile si può ottenere dal trasformista più camaleontico del rock, che alterna con naturalezza momenti di parca quiete introspettiva, a momenti di esplosione rock ‘n’ roll. Guarda caso i suoi lavori migliori coincidono con queste seconde fasi, e “Beat em up” ne è la riconferma: un album energico e diretto, senza i fronzoli acustici che hanno caratterizzato il precedente “Avenue B”.
Metaforicamente parlando, il nuovo mezzo di locomozione dell’iguana assume le sembianze di un bulldozer alimentato a benzina metal, e nonostante la ragguardevole età, Iggy riesce dignitosamente a “fracassare” l’obbiettivo senza essere banale, rivendicando la paternità di quella musica ruvida e corrosiva che ha caratterizzato i suoi esordi.
I due chitarristi Whitney Kirst e Pete Marshall, ingaggiati per l’occasione, svolgono un buon lavoro: ritmiche serrate e incisive che contraddistinguono quasi tutte le 15 tracce dell’album. Iggy, da parte sua, continua con innegabile maestria a urlare con la furia che lo ha reso celebre, e in alcune occasioni si scorge dietro l’angolo il glorioso passato; mi riferisco alla bellissima “Football” di stoogesiana memoria e a “Talking snake”, che rimanda al periodo d’influenza bowiana.
C’è spazio anche per il crossover di “Beat em up”, in cui l’ex bassista dei Body Count Lloyd “Mooseman” Roberts, recentemente scomparso, ne traccia il percorso. Tra gli episodi migliori da segnalare “Go for the throat” e “Drink new blood”, imprevedibile quest’ultima, un pugno nello stomaco; un Iggy scatenato che alterna voce cavernosa ad un cantato urlato stile hard-core più oltranzista. E per finire “Vip”: uno spoken word in cui Iggy ironizza sull’essere vip e fare cose da vip.
“Death is certain”, come recita Iggy in una canzone, ma fino a quando esisteranno personaggi come lui, l’unica cosa certa, oltre alla morte, è che il rock continuerà a godere di una salute di ferro.

(Marco Trabucchi)
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