«L'INTAGLIATORE DI SANTI - Max Manfredi» la recensione di Rockol

Max Manfredi - L'INTAGLIATORE DI SANTI - la recensione

Recensione del 10 ago 2001

La recensione

Max Manfredi ha una marcia in più. Scrive testi intelligenti, dove per intelligenza si intende la capacità di vedere oltre, di fianco, sopra e sotto alle cose. Un’intelligenza imbastardita, dove fra i genitori si riconosce fortemente l’ironia. Vere e proprie randellate d’ironia, che è arma e mezzo di locomozione nella sua penna. Non c’è una rima scontata, un verso banale in tutto questo disco, ma anche in tutta la sua produzione, che è arrivata al terzo album in undici anni. Il suo modo di scrivere dovrebbe essere studiato da chiunque oggi si metta a fare testi in Italia. E invece Manfredi resta personaggio di culto, resta il riferimento delle nuove generazioni di cantautori genovesi, l’ultimo punto fermo dopo quelli di Tenco-Paoli-De Andrè-Fossati. E ci scusino quelli che abbiamo omesso.
L’estratto di uno dei testi può dar l’idea della scrittura di Manfredi: “Genova, città ripida, buone gambe per camminare/flipper messo in bilico dove rotola un temporale/città da cantautori, per i ciclisti è micidiale/se pisci sulle alture, mezzo minuto e si inquina il mare”. E Genova, mai entità astratta, è direttamente o indirettamente dentro a tutte le canzoni. L’eredità di De André (che era presente nel disco precedente) è evidente in almeno un paio di episodi. Ma pare davvero il passaggio di un testimone e non il mettersi in coda a raccogliere popolarità riflessa, anche perché Manfredi ha una personalità talmente forte che non può, anche se volesse, scopiazzare. Ad esempio la voce. Manfredi ha una voce particolare, potente ed estesa, che sa essere bisturi come sa essere gioco, che sa inevitabilmente far sua ogni canzone. Ha una cultura (nel senso che ce l’ha dentro) che gli permette di entrare ed uscire con credibilità da mille mondi diversi.
I due dischi precedenti erano stupendamente e originalmente disomogenei. Potevano partire batterie elettroniche come tanghi ad ogni piè sospinto. Ogni canzone aveva il suo vestito. In questo “L'intagliatore di santi” la scelta è stata diversa. L’album è tutto sullo stesso filo sottile di lentezza, di chitarre arpeggianti, di strumentazione ricca ma offerta a gocce, dosatissima, fin troppo. Il suono non è mai pieno. Bisogna andarsele a cercare le emozioni.
E’ un album che non va giù al primo boccone. Che pretende di essere assaporato, tritato, ruminato. Ma che poi offre chiavi per aprire mille porte. Forse poteva farlo diversamente questo CD Manfredi. L’ha fatto così. Ed è importante che l’abbia fatto. Non ci sono molti dischi di questo livello in giro oggi.

(Francesco Casale)
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