«10 000 HZ LEGEND - Air» la recensione di Rockol

Air - 10 000 HZ LEGEND - la recensione

Recensione del 13 lug 2001

La recensione

"Siamo sincronizzatori. Spediamo messaggi attraverso codici temporali. Le macchine ci hanno dato la libertà. I sintetizzatori ali per volare. Noi siamo musicisti elettronici. Noi siamo elettronici."

Questi sono gli Air nel 2001. Sagome scure che scrutano l’orizzonte sconfinato di deserto, tra canyon e animali selvaggi, affacciati ad una grande vetrata di una casa dall’architettura futuristica. Sembra quasi di tornare ai tempi in cui la televisione, alla fine degli anni ’70, trasmetteva telefilm pronti a predire il futuro prossimo dell’umanità, mentre si guarda la fredda perfezione lineare della copertina di “10 000HZ legend”; telefilm che a vederli oggi si trasformerebbero in manifesti retro-futuristici. Come la musica di Nicolas Godin e Jean-Benoit Dunckel, francesi doc innamorati delle macchine elettroniche, degli strumenti capaci di stravolgere la realtà sonora come i sintetizzatori moog; affiancandoli a flauti, arpe e orchestrazioni tradizionali, in una sorta di frullato futurclassico. La formula dei due amici strizzati in vestiti di tre taglie più piccoli non cambia, ma si intensifica fino all’ossessione, diventando sempre più sfibrata e abbandonando definitivamente il formato standard di canzone. Gli Air lasciano ancora aperto il capitolo di “The virgin suicides”, lavoro che li ha coinvolti nella composizione di una colonna sonora, realizzando un nuovo disco che è il perfetto seguito delle atmosfere leggere e trasparenti dei temi inclusi nella pellicola di Sophie Coppola. “10 000HZ legend” non perde la sensuale e rigorosa freddezza tipica del duo, continuando ad affiancare elementi contrastanti come vecchio e nuovo, sterilità e piacere fisico. Provocano conturbanti sensazioni musicali le tracce qui incluse, impalpabili come Aria, stranianti, spastiche, spaventose, sublimi, ipnotiche. Al contrario di altri che amano giocare con le macchine, gli Air sono distintamente eleganti, rifiniti, patinati. Li si potrebbe invitare ad un salotto vittoriano per un the e discorrere con loro della forma delle nuvole e del loro continuo mutare senza annoiarsi. Per sentirli, poco dopo, ingaggiare una teoria sui piaceri della carne, come nella rauca “Wonder milky bitch”, in cui si racconta di una cowgirl pronta a tutto. O di scorgere improvvisamente Beck, dandy dell’elettrofolk, mentre fa capolino nella stanza cimentandosi in un giocoso duetto con la sua armonica, seguita da un cantato estenuato, in “The vagabond”.
“Vuoi fondere i miei circuiti affettivi/correre verso l’uscita di sicurezza/usa il tuo sistema di raffreddamento/o non raggiungerai mai il settimo cielo, oggi”.
Benvenuti nella dimensione degli electronic performers.

(Valeria Rusconi)
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