Anche in “Confluence” si incontrano/scontrano i due aspetti peculiari della personalità artistica del nostro: caos ed essenzialità. Ideale prosecuzione (tre anni dopo) del precedente “Hisser”, questo nuovo lavoro ne estremizza la parte più intimista, avvalendosi della collaborazione di John Parish (compagno di P.J. Harvey), del fido John Convertino, di Kevin Salem (uno dei migliori cantautori rock americani degli ultimi anni) e dei Grandaddy. L’approccio di Gelb alla musica è spregiudicato e sperimentale; egli si serve di qualsiasi cosa, senza mai dimenticare le radici del rock americano: rumorismo, minimalismo, dissonanze, campionamenti, parlati, divagazioni acustiche, cantato a metà fra Tom Waits e Lou Reed. Il risultato è una geniale accozzaglia di “appunti di viaggio” sotto forma di ruvide ballate: citazioni (abbiamo qui un’alcolica versione della “Can’t help falling in love” di elvisiana memoria), riferimenti (“Hard on things” sembra riunire il Neil Young acustico e quello elettrico) e cambi repentini di umori e atmosfere. Tanta, tantissima carne al fuoco, e tanta voglia di uscire dalle regole.
(Diego Ancordi)