«ORIGIN OF SYMMETRY - Muse» la recensione di Rockol

Muse - ORIGIN OF SYMMETRY - la recensione

Recensione del 28 giu 2001

La recensione

Erano in molti ad aspettare i Muse al varco, in occasione dell’uscita del loro secondo album: i maligni speravano che la band di Matthew Bellamy perdesse definitivamente di credibilità, consacrandosi così “miglior tribute band dei Radiohead” del mondo, mentre i fan della prima ora speravano in un disco che rendesse giustizia alla potenza e all’intensità che il gruppo non manca mai di esprimere dal vivo.
Ad un primo ascolto è la seconda delle due ipotesi quella che chiunque abbia in cuffia “Origin of symmetry” si sentirebbe di abbracciare: la collaborazione del produttore David Bottrill (già dietro al banco di mixaggio di Tool e A Perfect Circle) ha spinto decisamente in questa direzione, sporcando ulteriormente le chitarre e i bassi, rendendo la batteria più presente nei ritornelli al fine di far esplodere – letteralmente parlando – il pezzo.
Anche il songwriting di Matthew si è tutto sommato adeguato: considerando gli episodi compresi nell’ipotetico “lato A” dell’album, è possibile osservare come i violenti sprazzi chitarristici che già caratterizzavano gli episodi di “Showbiz” si siano fatti ancora più incisivi, ben inserendosi nel contesto complessivo della canzone. Risultano così più omogenei e stilisticamente compatti brani come “Bliss”, “Hypermusic” e la stessa “Plug in baby”: la potenza ed il suono crunch degli strumenti a corda riescono forse a comunicare la proverbiale irruenza che i Muse sprigionano dal vivo, anche se – a tratti – l’eccessiva definizione delle sonorità e delle atmosfere avrebbe potuto omologare i brani coprendo le nuanches che rendono interessante la scrittura di Bellamy. Ma è qui, che, a mio giudizio, i Muse hanno saputo dimostrare una classe da band navigata: invece di cercare di rendere “Origin of symmetry” una bella copia (complice il budget e la produzione) di “Showbiz”, i tre inglesi si sono spinti oltre, tentando (in pezzi come “Feeling good”) di percorrere sentieri solitamente non battuti, trasportando il loro stile e il loro spleen in ambiti (a loro) insoliti ma decisamente interessanti. L’obbiettivo è stato quindi raggiunto? Dipende: che i Muse, oggi, possano tranquillamente respingere le accuse di manierismo, è fuori di dubbio. Ma da qui a considerare “Origin of symmetry” come la prima espressione matura della band di “Muscle museum” ne passa di strada. Che Matthew e soci di cose interessanti da dire ne abbiano sono convinto, anche se mi auguro (e, soprattutto, auguro a loro) che il discorso sia appena cominciato.

(Davide Poliani)
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